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'Semi di pace 2012'
Ha preso il via con una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati la quattordicesima edizione di 'Semi di pace', un progetto promosso dalla rivista Confronti e realizzato con il sostegno dell'8 per mille della Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) che si è protratto fino al 26 febbraio raggiungendo diverse città italiane.
Durante l’incontro alla Camera sono intervenuti Yehuda Stolov e Morad Ahmad Muna, dell’Interfaith encounter association (IEA) per il dialogo interreligioso, Yuval Rahamim e Rihab Essawi, dell'organizzazione di parenti di vittime del conflitto Parents' Circle (PCFF), e Daoud Boulos e Eitan Kremer, del villaggio cooperativo composto da israeliani e arabo-israeliani Neve Shalom – Wahat al-Salam (NSWAS), in qualità di testimoni sui temi della riconciliazione, del dialogo interreligioso e dell’educazione alla pace.
“Si tratta di organizzazioni che faticano nelle loro terre a portare avanti il lavoro di riconciliazione e di pace – ha ricordato Gian Mario Gillio, direttore di Confronti –. Spesso queste realtà vengono osteggiate e isolate e dunque necessitano di aiuti economici anche dall’estero. Il conflitto vive oggi più che mai una empasse epocale e il pessimismo regna tra le parti, come è stato sottolineato dai testimoni giunti in Italia. E non sembra si possano aprire spiragli futuri per un conflitto che si protrae da oltre sessant’anni. L’accordo tra Hamas e Al Fatah recentemente siglato a Doha avrebbe dovuto risolvere in parte il problema della frammentazione politica palestinese, considerata una delle cause dei mancati accordi bilaterali. Tuttavia, questo avvicinamento tra Hamas e Al Fatah è visto con seria preoccupazione dal premier israeliano. La via del dialogo e del riconoscimento reciproco – prosegue Gillio – sono l’unica soluzione possibile: un impegno che Confronti promuove in Italia proprio grazie alle testimonianze dirette di chi, malgrado sofferenze e difficoltà, continua ostinatamente a lottare per la pace”.
Alla presenza delle diverse personalità del mondo politico, del giornalismo e delle organizzazioni per la promozione della pace e del dialogo fra i popoli intervenute alla conferenza stampa, i delegati hanno condiviso la testimonianza del loro impegno in Medio Oriente. Stolov (IEA) ha raccontato di come “attraverso gli incontri dell’IEA si sceglie di non parlare di politica ma di religione, perché il nostro scopo primario è che gli israeliani e i palestinesi di diversa estrazione sociale e orientamento politico imparino a conoscersi e a capire che esistono degli orizzonti comuni”, necessità espressa anche da Muna quando ha affermato che “l’esperienza degli incontri dell’IEA mi ha aperto la mente ed è stata fonte di ispirazione per una nuova via e per crescere mio figlio nel rispetto dell’altro con la fiducia di poter almeno tentare il dialogo proprio con colui che normalmente è percepito solo come un nemico”.
Rahamim (PCFF) ha evidenziato che “la sofferenza per la perdita di un proprio caro lascia un segno indelebile nelle vite di chiunque la subisca, sia esso israeliano o palestinese e che per questo è necessario spezzare la spirale d’odio che alimenta la sete di vendetta”, punto di vista condiviso dalla sociologa Essawi: “la mia famiglia pensava che l’opposizione violenta all’oppressione potesse essere davvero l’unica via della liberazione, ma nel tempo abbiamo capito che non può essere così, che quella strada avrebbe portato solo ulteriore sofferenza”.
Boulos, arabo israeliano di NSWAS, ha sottolineato come “il villaggio di Neve Shalom – Wahat al-Salam è l’esperimento che dimostra la possibilità per i due popoli di poter vivere l’uno accanto all’altro e che la scelta della convivenza è l’unica soluzione percorribile”, visione confermata da Kremer, ebreo israeliano, secondo cui “affinché questa convivenza si realizzi compiutamente è necessario che lo Stato di Israele cessi l’occupazione dei Territori palestinesi”.
Fra gli intervenuti alla conferenza stampa: Franco Siddi e Roberto Natale, segretario e presidente della Federazione nazionale stampa italiana (FNSI); Lucio Malan, senatore PDL e segretario della Presidenza del Senato; Tana De Zulueta presidente del Comitato italiano dell’Agenzia ONU per il soccorso e il lavoro dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA); Vincenzo Vita, senatore PD e presidente dell'Associazione Italia-Palestina; Giorgio Gomel del Gruppo Martin Buber - ebrei per la pace.
Elenco appuntamenti tenuti in Italia:
FIRENZE Mercoledì 22 febbraio alle 17,30 presso la Sala Teatina del Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira (via de’ Pescioni 3) Parteciperanno Yehuda Stolov e Morad Ahmad Muna dell’Interfaith Encounter Association ROMA Giovedì 23 febbraio alle ore 10,30 presso la Federazione Nazionale Stampa Italiana (Corso Vittorio Emanuele 349) Parteciperanno Rihab Essawi e Yuval Rahamim di Parents’ Circle PRATO Giovedì 23 febbraio alle ore 10,30 presso il Salone Consiliare della Provincia di Prato, Palazzo Banci Buonamici (Via Ricasoli 25) Parteciperanno Daoud Boulos ed Eitan Kremer di Nevé Shalom/Wahat al-Salam TORINO Venerdì 24 febbraio alle ore 9,30 Presso la Sala Rossa del Municipio di Torino (Piazza Palazzo di Città, 1) Parteciperanno tutti i sei delegati TORRE PELLICE (TO) Sabato 25 febbraio alle ore 17,00 presso la Civica Galleria Filippo Scroppo (Via Roberto D’Azeglio, 10) Parteciperanno Rihab Essawi e Yuval Rahamim di Parents’ Circle MILANO Sabato 25 febbraio alle ore 18,00 presso la Basilica di San Nazaro in Brolo (Piazza San Nazaro in Brolo, 5) Parteciperanno Daoud Boulos ed Eitan Kremer di Nevé Shalom/Wahat al-Salam MILANO Domenica 26 febbraio alle ore 16,00 presso l’Associazione Culturale Villa Pallavicini (via Privata Antonio Meucci, 3) Parteciperanno tutti i sei delegati
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www.radioradicale.it/scheda/34621521 feb 2012 Operatori e mediatori di pace israeliani e palestinesi giungono nel nostro Paese per conoscersi e ...
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Altri video di semi di pace 2012 »RAIRADIO3 FAHRENHEIT: http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=327928
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22/02/2012 Semi di pace
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Rihab Essawi e Yuval Rahamin fanno parte di Parents' circle, l'associazione di famiglie palestinesi e israeliane che hanno avuto in comune la sorte di vedere morire i propri familiari a causa del conflitto. Parents' circle è una delle organizzazioni che lavora- e in questi mesi fatica -a portare avanti il lavoro di riconciliazione e di pace. Il conflitto vive oggi più che mai una empasse epocale e il pessimismo regna tra le parti, come è stato sottolineato dai testimoni giunti in Italia. Con Gian Mario Gillio, direttore della rivista Confronti, che ha organizzato la quattordicesima edizione di Semi di pace, la loro testimonianza diretta.
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Monti da Obama: Italy is back Radio3Mondo
slcontent Obama apprezza il protagonismo di Monti nell'Unione europea a fianco del presidente francese Nicolas Sarkozy e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Monti ammira la salda gestione dell’economia americana da parte di Barack Obama. E' una stretta di mano molto attesa. Nell'agenda dei colloqui la politica internazionale con i fronti caldi dell’Iran, della Libia e della Siria avra’ un peso importante, ma a fare la parte del leone sara’ l’econonomia con la crisi europea e le misure prese per fronteggiarla. Il vertice potrebbe essere un trampolino di lancio per una nuova stagione di rapporti bilaterali tra Italia e Usa? Emanuele Giordana ne parla con Martino Mazzonis, autore del blog http://www.america2012.it/, e coautore con M.Diletti e M.Toaldo del libro 'Come cambia l'America', Edizioni dell'Asino - Semi di Pace 2012, in studio Gian Mario Gillio
Semi di pace: insieme per il dialogo
Progetto Sviluppo Piemonte Onlus è da sempre attenta all’armonia tra i popoli e alla risoluzione di conflitti che costringono soprattutto le fasce più deboli a a condizioni disumane. E’ presente in Palestina con progetti di solidarietà, di educazione e formazione e cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi del conflitto in Italia. Progetto Sviluppo Piemonte Onlus oggi era presente all’iniziativa “Semi di pace, il conflitto israelo- palestinese raccontato da operatori di pace” promosso dalla rivista Confronti.
L’incontro, che ha avuto luogo questa mattina alle ore 9,30 presso la Sala Rossa del Municipio di Torino, ha visto il confronto traistituzioni del territorio, tre scuole torinesi, associazioni che sostengono le popolazioni vittime del conflitto e i reali protagonisti dello sviluppo e dell’integrazione sul territorio palestinese.
“Ospitare questa iniziativa, ha commentato il sindaco Piero Fassino in apertura, conferma l’impegno della città di Torino a partecipare attivamente alla risoluzione dei conflitti. Questo mondo globale, continua, unisce l’intero pianeta: per questo anche i processi più lontani investono direttamenteanche noi“.
Un impegno non solo istituzionale, rappresentato anche dalle realtà locali che promuovono progetti internazionali: “il Cocopa (Coordinamento Comuni per la Pace),così come presentato dal presidente Roberto Montà,prende parte attiva, insieme alle realtà associative e alle istituzioni,nel sostenere il dialogo tra le parti“. Ed era questo l’obiettivo principale della mattinata, occasione per dare e ascoltare la voce della delegazione che in questi giorni sta girando l’Italia, le scuole e le associazioni, per raccontare la realtà che nel quotidiano queste popolazioni vivono o tentano di risolvere.
Rihab Essawi è la rappresentante di Parents’ circle, un’associazione di famiglie che hanno perso affetti e che cercano di condividere il doloree di incanalarlo in attività costruttive e positive. L’associazione è promotrice di progetti di educazione nelle scuole in Israele e Palestina, utili a prevenire atteggiamenti di razzismo e xenofobia. “Siamo tutti fratelli di sangue, dice Yuval Rahamin. Il nostro doloresi trasforma in speranza collaborando insieme, perchè il cambiamento può partire solo dal popolo“.
Ma l’iniziativa più interessante, unica nel suo genere, è quella del villaggio Wahat al-Salam, un villaggio di coabitazione e convivenza pacifica tra ebrei e arabo-israeliani. “Il villaggio è a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, ha spiegato Eitan Kremer, è nato quando pochi di noi si sono accampati in tende e vecchi bus abbandonati“. Oggi il villaggio compie 30 anni e vanta 1 scuola e 300 persone che ci abitano, condividendo ogni abitudine, scleta e problema. “E’ un progetto molto ambizioso, tutt’altro che facile e sono tanti quelli che non lo condividono o ci si oppongono, ma è un esperimento che sta funzionando e che può essere una reale alternativa al conlfitto“. Un luogo, quindi, in cui la diversità convive tutto il giorno e tutto l’anno; un luogo condiviso democraticamente; un luogo di due popoli.
Alfonsa Sabatino
Semi di Pace per superare il conflitto israelo-palestinese
24-02-2012
Il 24 febbraio Palazzo Civico ha ospitato un incontro di “Semi di pace - Il conflitto israelo-palestinese raccontato da operatori di pace” L’iniziativa “Semi di pace”, promossa dalla rivista Confronti con il sostegno dell’Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste è arrivata alla sua quattordicesima edizione e si svolge tra il 20 e il 26 febbraio. In programma incontri fra operatori e mediatori di pace israeliani e palestinesi che giungono nel nostro Paese per conoscersi e dialogare tra loro e per condividere esperienze e analisi sul complesso problema mediorientale. La delegazione, divisa per coppie, raggiunge diverse città italiane. In Sala Rossa gli ospiti erano: Yehuda Stolov e Morad Ahmad Muna dell’Interfaith Encounter Association (organismo che promuove il dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani), Rihab Essawi e Yuval Rahamim di Parents’ circle (Associazione composta da famiglie israeliane e palestinesi che hanno avuto in comune la sorte di vedere i propri familiari morire a causa del conflitto), Eitan Kremer e Daoud Boulos di Neve Shalom / Wahat al-Salam (villaggio dove si sperimenta la pacifica convivenza tra ebrei e arabo-israeliani). Erano presenti inoltre il sindaco di Torino Piero Fassino, il presidente del Consiglio comunale Giovanni Maria Ferraris, il presidente del Coordinamento Comuni per la Pace della provincia di Torino (Co.Co.Pa.) Roberto Montà, il direttore di Confronti Gian Mario Gillio, i presidi ed una delegazione di studenti del Liceo delle Scienze Umane Marie Curie, del Liceo Scientifico Primo Levi, del Liceo Linguistico Maria Ausiliatrice. Nel sul saluto, Giovanni Maria Ferraris ha sottolineato l’importanza di accogliere iniziative che contribuiscono a facilitare, aiutare il dialogo e l’incontro fra culture e religioni, sottolineando il merito della rivista Confronti nell’adoperarsi per il rafforzamento del processo di pace israelo-palestinese attraverso il dialogo interreligioso ed interculturale. “Noi oggi siamo qui non per ripercorrere la fredda cronaca di guerra e genocidi di quella terra martoriata - ha dichiarato Ferraris - bensì per raccontare ed immaginare insieme un futuro nuovo, costruito sulla pace grazie a persone che, lavorando insieme, credono sia possibile garantire ed affermare per tutti i diritti fondamentali dell’individuo, fra cui il diritto a professare liberamente il proprio credo religioso”.
Nella foto: La Sala Rossa durante l'incontro “Semi di pace - Il conflitto israelo-palestinese raccontato da operatori di pace”
Marcello Longhin
Puntata del 19 febbraio 2012
19 febbraio 2012
In questa puntata: predicazione della pastora Giovanna Vernarecci sui testi di Amos 5:21-24 e Marco 8:36-38; nel notiziario: il progetto “Semi di pace” promosso dalla rivista 'Confronti', ad Alessandria inaugurata una Stanza del silenzio nel centro riabilitativo polifunzionale “Teresio Borsalino”, la rivista 'Jesus' dedica un dossier ai protestanti italiani; in chiusura, nella rubrica “Parliamone insieme” il pastore Luca Baratto riflette sul significato della libera interpretazione della Bibbia.
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 Rony Berger, Gian Mario Gillio, Seham Ikhlayel, Mohammad Bakri - Foto di Andrea Sabbadini |
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Semi di pace: Israele- Palestina, un dialogo ancora possibile
di Bruna Iacopino da Articolo 21
“Stiamo morendo, abbiamo bisogno anche della vostra voce per far sapere al mondo quello che accade”. È un appello accorato quello che è stato lanciato in conferenza stampa da Seham, palestinese, una dei membri della delegazione di israeliani e palestinesi giunta in Italia per la XIII edizione di Semi di Pace, l’iniziativa promossa dalla rivista Confronti e dalla Tavola Valdese e presentata alla Camera dei deputati. In una fase di stallo ormai assoluto per il processo di pace tra i due paesi, l’ottimismo è certo il seme più difficile da far attecchire, ma la testimonianza di uomini e donne, alcuni dei quali fanno parte dell’associazione Parents circle, offre un po’ di speranza. Ci mettono la faccia e l’impegno giorno dopo giorno, nei luoghi in cui vivono per promuovere una pace da cui non si sentono estranei, quanto invece si sentono estranei, quasi dei burattini, all’interno di un conflitto che sembra non avere soluzioni. Un impegno che richiede tempo e costanza. “La storia si può cambiare e può cambiarla anche un uomo solo” sostiene con forza il regista e attore Mohammed Bakri sotto processo in Israele per aver voluto dare voce ai palestinesi che vivono nei territori occupati con il suo “Jenin, Jenin”. E la contraddizione diventa palpabile: “ Con il mio lavoro ho dato voce ai curdi massacrati da Saddam, al genocidio armeno per opera della Turchia, agli ebrei… eppure nessuno dei governi chiamati in causa mi ha querelato, in Israele questo è successo!”. Accanto alle loro si uniscono altre voci, di attivisti, medici, musicisti, docenti universitari, tutti impegnati in un percorso di auto-liberazione dal conflitto e di trasmissione di una diversa via: la possibilità di vedere e conoscere l’altro che passa anche attraverso la conoscenza della sua cultura. Nascono così progetti paralleli che portano verso un dialogo irrinunciabile. Un festival di cinema itinerante che mostra film israeliani a spettatori palestinesi e viceversa, come quello presentato da Asher Salah, israeliano critico e docente di storia del cinema o come lo scambio “musicale” sperimentato in Svezia da Nimrod Ginzberg, musicista israeliano, che racconta di amicizie strettissime nate nel giro di pochi giorni tra ragazzi ebrei e palestinesi con l’ausilio, appunto, della musica. E se nel giro di pochi giorni le barriere possono essere abbattute perché non ipotizzare che in un lasso di tempo più ampio non lo possano essere per molte più persone? E la speranza trapela anche dalle parole di Mustafa Qossoqsi psicoterapeuta palestinese, che vive a Gerusalemme e da anni porta avanti con ragazzi israeliani e palestinesi il progetto “Fiori di pace”. Le barriere vanno abbattute proprio a partire da loro, le fasce più sensibili le future generazioni…. Frutti? Forse pochi, ma si vedono; come quando, racconta Mustafa, durante l’operazione piombo fuso i ragazzi israeliani e palestinesi, che avevano avuto modo di solidarizzare in precedenza, hanno continuato a parlare e a mantenere contatti strettissimi attraverso l’ausilio dei social network.
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Semi di Pace su Radio Rai 3
Semi di pace, sono quelli coltivati dalla rivista 'Confronti' con una iniziativa giunta alla tredicesima edizione promossa con il sostegno della Tavola valdese, un progetto nato per dare voce a israeliani e palestinesi impegnati nell'educazione alla pace e al dialogo interreligioso. Si tratta di un programma di incontro tra operatori e mediatori di pace israeliani e palestinesi che giungono nel nostro paese sia per conoscersi e dialogare tra di loro - l'attuale situazione politica e militare rende difficile questo tipo di incontri - sia per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e le loro analisi sul complesso problema mediorientale. Ne parliamo con Gian Mario Gillio, direttore della rivista Confronti, con Seham Ikhlayel (Parents Circle palestinese) e con Yuval Roth (Parents Circle Israleiana).
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Confronti
'Semi di pace' su Radio Beckwith |
Sabato 26 febbraio presso la Galleria Civica F. Scroppo in Via D’Azeglio 10 a Torre Pellice,si è svolto l’incontro dal titolo “Il conflitto israelo-palestinese raccontato dai testimoni” della rassegna “Semi di pace” organizzata dalla rivista “Confronti”. Il giorno stesso è venuto a trovarci in redazione il direttore della nota rivista, Gian Mario Gillio, il quale ci ha presentato non solo l’evento relativo alla serata, ma l’intera ressegna nei dettagli, giunta ormai alla tredicesima edizione.
Ascolta l’intervista a cura di Paolo Rovara:
http://rbe.it/caravan/2011/02/confronti-per-la-rassagna-semi-di-pace-presenta-il-conflitto-israelo-palestinese-raccontato-dai-testimoni/
All’inconto hanno partecipato Khaldoun M. I. Alazzeh – musicista palestinese, Nimrod Ginzberg – musicista israeliano, Asher Salah – critico e docente di cinema israeliano e Mohammad Bakri – regista e attore palestinese. L’incontro è stata una vera e propria opportunità per confrontarsi con operatori e mediatori di pace israeliani e palestinesi, arrivati con una delegazione in Italia, sia per conoscersi meglio tra di loro sia per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e le loro analisi. “Semi di pace” è un’ iniziativa della rivista Confronti e della Tavola valdese, finanziata come molti altri progetti dall’otto per mille destinato alle chiese protestanti.
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| Descrizione | Documento | 'Semi di pace' su La Stampa Pubblicato venerdì 25 febbraio 2011 | 
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 Yuval Roth, Asher Salah, Mohammad Bakri - Foto di Andrea Sabbadini |
L'israeliano e il palestinese a l'Unità
Guarda anche:
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Khaldoun MI, Astrologo Marina, Bakri Mohammad, Berger Rony, ESTERI GUERRA Gillio Gian Mario, Ginzberg Nimrod ...www.radioradicale.it
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 Amos Oz e Sari Nusseibeh |
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MEDIO ORIENTE
Due Stati dell’essere
Conversazione con Amos Oz e con Sari Nusseibeh
Herald Tribune - traduzione di Fiammetta Bises e Marina Astrologo Nel leggere le memorie di Sari Nusseibeh (Once Upon a Country: A Palestinian Life) e Amos Oz (Una storia di amore e di tenebra), a volte è difficile ricordare che scrivono della stessa terra, che abitano a meno di 25 miglia di distanza. Sari Nussebeh è un politico e accademico palestinese, e quella che descrive è una vita di lotta per una terra in cui la sua illustre famiglia ha svolto un ruolo centrale dal VI secolo. Amos Oz è uno scrittore israeliano, e la sua storia si situa sullo sfondo del miracoloso ritorno degli ebrei – compresi i suoi genitori, due sionisti nati nell’Europa orientale – al loro antico luogo di origine, dopo secoli di diaspora. A volte le loro narrazioni sembrano escludersi a vicenda, costruite su aspirazioni e rivendicazioni tra loro inconciliabili. Nondimeno, i due sono diventati buoni amici e hanno raggiunto la stessa conclusione: l’unico futuro possibile per la loro terra è di ospitare due stati confinanti. Per questa conversazione, i due si sono incontrati a Berlino, dove erano venuti a ritirare un premio assegnato a entrambi. La conversazione è stata moderata da Serge Schmemann, che dirige la pagina dei commenti dell’International Herald Tribune.
Schmemann: Signori, nelle vostre memorie scrivete ambedue di uno stesso momento storico, la fondazione dello Stato di Israele, ma è come se scriveste di due eventi totalmente diversi. Nel suo libro, Sari, lei scrive: “L’anno del mio concepimento, il 1948, ha visto la fine del sogno palestinese…”. E lei, Amos, nel suo libro scrive che quello stesso momento fu un momento di riscatto, quando suo padre le disse: “D’ora in poi, poiché abbiamo un nostro Stato, tu non sarai mai vessato soltanto perché sei Ebreo e perché gli Ebrei sono così e così. Ciò non accadrà mai più”. Come potranno mai conciliarsi queste due narrazioni? Perché si faccia la pace, non dovranno essere riscritte da cima a fondo?
Oz: Non so se sia necessario conciliare le due narrazioni. Penso che possano restare diverse e perfino contraddittorie. Il punto è che dobbiamo riconciliarci gli uni con gli altri. Dobbiamo metterci d’accordo sul futuro, non sul passato.
Nusseibeh: Io penso che in certi casi sarà necessario conciliare le due narrazioni. Vi sono cioè alcuni avvenimenti che entrambi rivisitare per cercare di metterci d’accordo sull’interpretazione dell’accaduto. Ma anch’io ritengo che in generale sono i singoli, sono le persone che devono riconciliarsi. Ma per tornare al padre di Amos, credo che siamo di fronte a qualcosa che non occorre “riconciliare”. Per gli ebrei, la fondazione dello Stato di Israele è stata qualcosa di molto speciale, molto più speciale di quanto sarebbe per noi palestinesi.
Oz: Secondo me, la vostra storia è soprattutto storia del conflitto con noi, dello scontro con noi.
Nusseibeh: Sì, ma tutto ciò che accade influenza le identità, e quanto è accaduto nel 1948 ha indiscutibilmente rappresentato per noi un evento di prima grandezza e tragico, che ha influenzato il nostro modo di pensare, la nostra identità e il nostro presente, e probabilmente continuerà a influenzare il nostro futuro, anche se non so esattamente in che modo. Penso però che vi sia una differenza fondamentale tra noi e loro – se posso chiamarti “loro”.
Oz: Puoi chiamarmi come vuoi.
Nusseibeh: Voi avete alle spalle una lunga storia e continui tentativi di tornare a riunirvi. Poi avete la tragedia della storia recente, specialmente in Europa. Noi nel nostro passato non abbiamo mai avuto tragedie del genere. Siamo sempre stati un popolo piuttosto “normale”. Secondo me questa è una differenza fondamentale tra di noi.
Oz: Anche noi ricerchiamo una qualche normalità, eppure, temo, siamo diventati ciascuno l’anomalia dell’altro. Parliamo un po’ dell’infanzia, Sari. Tu da bambino abitavi a Gerusalemme, a soli 20 minuti a piedi da dove abitavo io che ero un bambino un po’ più grande. Tu però sei cresciuto dall’altra parte della barriera quando Gerusalemme era già divisa [cioè dopo il 1948], mentre io sono cresciuto prima che Gerusalemme fosse divisa. Qual era la tua concezione, la tua idea, il tuo sentimento rispetto a quella gente che viveva dall’altra parte della divisione, dall’altra parte del muro?
Nusseibeh: Beh, prima del 1967 io non ho mai conosciuto né ebrei né israeliani. Quindi, mentre crescevo dalla mia parte del puro, per così dire, crescevo pensando che fossero creature molto cattive. Mi avevano rubato, e non soltanto a me, ma anche – cosa ben più importante, alla mia famiglia – un pezzo non soltanto di terra, ma di vita. Sono cresciuto fra i racconti dei miei genitori su quella vita. Immaginavo che prima del muro fosse esistito una specie di paradiso, un tempo di cui mia madre, in particolare, era stata derubata. Derubata da gente che per me erano soltanto dei cattivi venuti dal nulla, da Marte.
Schmemann: E la tua idea, Amos? Nel tuo libro racconti che da bambino andasti con tuo zio a visitare una famiglia araba molto in vista. Che impressione ne avesti?
Oz: All’inizio anche le mie sensazioni furono abbastanza in bianco e nero. I proprietari della terra eravamo noi: era l’antica terra dei nostri avi. Sapevamo che su quella terra vivevano degli altri, ma questi avrebbero dovuto accoglierci bene, anche se noi stavamo facendo ritorno nella nostra terra. Come tutti gli altri bambini sionisti, anch’io avevo subito il lavaggio del cervello. In una certa misura, quindi, quella prima visita a una ricca famiglia araba di Gerusalemme mi aprì gli occhi, perché ero bambino e quella era la prima volta che dovevo guardare in faccia il fatto che quella gente aveva una presa su quella terra. Erano loro la popolazione di quella terra. Non erano degli idioti, non erano dei turisti e non erano nomadi. Ma dentro di me e intorno a me, l’atteggiamento principale verso gli arabi continuava a essere di paura e di apprensione. Temevamo che una volta che i britannici si fossero ritirati gli arabi ci avrebbero uccisi tutti. Pensavamo, credevamo che fossero fermamente intenzionati a ucciderci tutti perché loro erano tanti e noi pochi. Quindi c’era paura e diffidenza. Paura e diffidenza. E dentro di me quei sentimenti sono cambiati soltanto quando, adolescente, ho cominciato a leggere dei palestinesi e la narrazione, la storia dei palestinesi è diventata un’ossessione. Non l’ho fatta mia, non sono diventato “filo palestinese”: non lo sono neanche oggi. Però ho imparato che quella narrazione è valida e che c’è uno scontro fra due narrazioni valide, due rivendicazioni valide alla stessa terra. E ciò ha contribuito a instillarmi un senso di tragedia colossale: e la definizione di tragedia è uno scontro fra una ragione e una ragione. O a volte uno scontro fra un torto e un torto.
Schmemann: Naturalmente, voi due siete arrivati ad accettare la presenza l’uno dell’altro; siete diventati amici. Eppure a quanto pare per voi è più facile incontrarvi qui a Berlino, poniamo, che a Gerusalemme. Nella vostra terra è ancora possibile per voi trovarvi a Gerusalemme e coltivare qualcosa che rassomigli a una normale amicizia?
Nusseibeh: E’ diventato più difficile. Paradossalmente, penso che subito dopo la guerra del 1967 [quando Israele vittorioso riunificò Gerusalemme], quando cadde quel muro tra bianco e nero, per la gente che viveva da ciascun lato della barriera c’erano maggiori possibilità di contatto. Ad esempio so che mio padre, un avvocato che conosceva molte persone dall’altra parte, ha riallacciato quei suoi contatti. E questi ci hanno presentato i loro figli. ristabilì tali contatti. Quindi immediatamente dopo il ’67 c’è stato un barlume di speranza che forse la barriera fosse crollata e fosse possibile rimettere insieme i pezzi. Non sono affatto certo che questa speranza ci sia ancora.
Oz: Molti di noi non vanno in Palestina. Io stesso non ci vado, a meno di essere esplicitamente invitato da un palestinese. Se andassi in Palestina per turismo, per visitare questo o quel luogo, se andassi in Palestina solo per prendere la scorciatoia tra Gerusalemme e Arad, cosa che non faccio mai, mi sentirei in colpa, mi sentirei un invasore. Quindi vado in Palestina soltanto quando ricevo un invito esplicito da parte di palestinesi, il che succede ogni tanto, ma non molto spesso.
Schmemann: Ma prima era diverso? C’è stato un periodo in cui avrebbe potuto andare a pranzo a Ramallah?
Oz: Sì. Come ha detto Sari, immediatamente dopo il ’67. Immediatamente dopo la guerra del ’67 mi capitava di andare a Ramallah a mangiare in un buon ristorante, o a trovare qualcuno, o a parlare con la gente, soltanto per curiosità. A quel tempo c’era una sensazione di temporaneità, cioè la sensazione che situazione – l’occupazione israeliana di tutta la Cisgiordania – fosse passeggera, e che presto sarebbero tornati i giordani oppure sarebbe stata creata una qualche entità palestinese, insomma si sarebbe raggiunta una soluzione. E allora, perché non godersi nel frattempo quell’avventura di andare all’estero senza bisogno di passaporto e di visto? Ma tutto questo ormai non c’è più, è passato.
Schmemann: E lei, Sari, aveva la stessa sensazione?
Nusseibeh: Adesso, a sentirlo raccontare da Amos, mi ricordo che immediatamente dopo il ’67 anch’io me ne andavo in giro con gli amici a visitare varie località in Israele. Ma ormai non lo faccio più. Per me non è più un piacere.
Schmemann: Leggendo in sequenza i vostri due libri, scritti da due personalità illuminate che sono favorevoli alla soluzione due Stati, avevo sperato di ricavarne un po’ di ottimismo per il futuro. Invece, sinceramente, ne ho ricavato la sensazione che forse la pace non sia possibile, che non avverrà. Lei, Sari, scrive che ogni svolta apparentemente decisiva non conduce che “all’ennesimo vicolo cieco”. E lei, Amos, in uno dei suoi saggi parla di “un’abissale frattura in Israele fra due schieramenti, l’uno convinto che il paese non può sopravvivere continuando a occupare i territori palestinesi, l’altro che non può sopravvivere senza continuare a occuparli”. Come fate a credere ancora che la pace sia possibile?
Oz: Beh, c’è una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che attualmente la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani ha preso coscienza che alla fine ci sarà una spartizione e una soluzione a due Stati. Sono contenti? No. Balleranno per le strade quando sarà attuata la soluzione a due Stati? No. Soprattutto perché non si fidano degli arabi. Dicono: dagli uno Stato e quelli pretenderanno dell’altro. E sospetto – ma qui sta a Sari rispondere – che neanche la maggioranza dei palestinesi sarà contenta di una soluzione a due Stati. Quanto alla cattiva notizia, riguarda la dirigenza: sia noi che loro abbiamo un bisogno disperato di leader coraggiosi e dotati di una visione.
Nusseibeh: Io credo che la soluzione a due Stati sia possibile, o meglio continui a essere possibile. E credo che entrambe le parti siano consapevoli che una soluzione a due Stati porrà fine al conflitto. Ma il problema è che non mi pare ci sia nulla che spinge in quella direzione. Al contrario, mi sembra che continuiamo a girare in tondo, se non addirittura a tornare indietro. Sul versante palestinese c’è la divisione fra Hamas e l’Autorità Palestinese; c’è il fatto che adesso abbiamo una grande difficoltà a metterci d’accordo su qualcosa che assomigli a uno Stato o a un accordo di pace con Israele. Eppure io credo che sia possibile. Bisogna solo che, nella nostra società o nella vostra o in entrambe, succeda qualcosa, che emerga qualcosa di nuovo, che si tratti di un leader o di qualcos’altro che in qualche modo abbatta la barriera. E’ un po’ come cercare un mago politico.
Oz: Si sente il bisogno urgente di uno slancio emotivo, di una svolta emotiva. Questo conflitto non riguarda prevalentemente la proprietà della terra, e di certo non è prevalentemente un conflitto religioso. E’ fatto di emozioni, di sentimenti feriti, di diffidenza, di ingiustizia, di dolore, di umiliazione e di paura, da entrambe le parti. Sarebbe enormemente importante produrre un cambiamento. Penso al magnifico esempio che dette circa 30 anni fa il presidente egiziano Sadat: lui venne in visita in Israele e gli israeliani, da un giorno all’altro, si sciolsero. Quegli stessi israeliani che, prima della visita di Sadat, dicevano che non avrebbero mai restituito l’intero Sinai, che il Sinai era più importante della pace, si sciolsero come il burro e si mostrarono disposti ad abbracciare Sadat e a restituire fino all’ultimo centimetro quadrato di terra in cambio della pace. Ebbene, oggi servirebbe qualcosa di simile da entrambe le parti. Un gesto emotivo, che so, un riconoscimento delle ingiustizie, delle sofferenze del passato. Credo che a prendere l’iniziativa dovrebbe essere un esponente israeliano, perché i palestinesi sono sotto l’occupazione israeliana. Penso cioè che un dirigente israeliano dovrebbe andare a Ramallah, dove ha sede il Consiglio Nazionale Palestinese, e rivolgersi al popolo palestinese così come il presidente Sadat nel 1977 andò alla Knesset e parlò agli israeliani. E dovrebbe dire ai palestinesi: sì, noi israeliani ci prendiamo parte della responsabilità della tragedia del passato. Non tutta, ma una parte sì. Ciò che è stato fatto non si può disfare, ma siamo disposti a fare tutto il possibile per correggere gli errori del passato e guarire le ferite del passato. E magari dire anche ai palestinesi che la prima questione che dobbiamo affrontare è quella dei profughi, perché è davvero urgente. Quella di Gerusalemme non è urgente, può attendere: può restare irrisolta anche per un’altra generazione o per tre generazioni. Ma i profughi sono centinaia di migliaia di persone, che stanno marcendo in condizioni disumanizzanti nei campi profughi. Israele non può riprendersi quei profughi, altrimenti non sarebbe più Israele: ci sarebbero due Stati palestinesi e nessun Israele. Invece Israele può fare qualcosa, insieme al mondo arabo, anzi insieme al mondo intero, per fare uscire quelle persone dai campi e dar loro una casa e un lavoro. Pace o non pace, finché i profughi continueranno a marcire nei campi, non ci sarà sicurezza per Israele.
Nusseibeh: Sono d’accordo. Che vi sia o no una soluzione, il problema dei rifugiati è un problema umano e deve essere risolto. Non può essere accantonato giorno dopo giorno nella speranza che accada qualcosa. In tutto questo conflitto, la dimensione umana è assai più importante di quella territoriale.
Schmemann: Data la profondità delle emozioni coinvolte, delle sofferenze, la soluzione a due Stati richiederà enormi sacrifici, sarà vissuta, come ha detto Sari, alla stregua di un’amputazione tanto per Israele quanto per la Palestina. Quali sono le cose principali cui ciascuno dovrà rinunciare, che ciascuno dovrà cedere?
Oz: La Palestina è la patria dei palestinesi così come la Norvegia è la terra dei norvegesi. E ai palestinesi viene chiesto di cedere parte della loro patria. Si tratta di un sacrificio enorme, che poche nazioni si sono viste chiedere di fare. Quanto a noi, la terra di Israele è la terra dei nostri avi e l’unica patria che abbiamo mai avuto come popolo. Entrambe le parti, se vogliono avere un futuro, dovranno rinunciare a parte delle loro rivendicazioni storiche, a parte delle loro aspirazioni, a parte di quelli che considerano loro diritti legittimi.
Nusseibeh: Ciò cui bisogna rinunciare è un legame emotivo, sono certi articoli di fede. Il che è molto doloroso. Eppure, a dire la verità non credo che sia un problema insormontabile, è completamente insensato per i palestinesi e per gli israeliani rimanere in questa situazione e continuare a infliggere dolore all’altro. E’ una situazione senza sbocchi, inutile e insensata. Se poi il mondo volesse prendere l’iniziativa e dire: “Siamo pronti ad aiutarvi a creare una visione nuova per voi”, penso che si potrebbe recidere questo legame con quegli articoli di fede e con il passato, e i due popoli potrebbero finalmente entrare pienamente nel futuro.
Oz: Permettimi però, Sari, di farti una domanda personale: l’idea che Arad – dove abito e dove sei venuto a trovarmi – non sia più Palestina, non farà mai parte della Palestina, ti sembra un’idea dolorosa, un sacrificio?
Nusseibeh: No. Attualmente sto cercando in Palestina qualcosa di simile ad Arad, un luogo dove poter costruire il mio sogno. E penso che se fra Israele e Palestina ci saranno buoni rapporti, io potrò venirti a trovare ad Arad…
Oz: Quando vuoi!
Nusseibeh: …e non penso che ci saranno problemi.
Schmemann: Del Medio Oriente si dice spesso che tutti sanno come andrà a finire, ma nessuno sa come arrivarci. E’ vero?
Oz: Io non sono d’accordo. Penso che debba finire con una soluzione. Ma purtroppo non sappiamo se finirà proprio così. Siamo in un circolo vizioso e non sappiamo come uscirne. Non è una cosa che può succedere da sé, eppure in questi ultimi dieci, quindici, vent’anni, la gente si è convinta che questa cosa si produrrà da sola. Ma invece, questa possibilità si allontana un po’ ogni giorno che passa. Se dovesse sfumare totalmente, sarà un problema, un grosso problema.
Schmemann: Voi due avete trovato un linguaggio comune, una visione comune del futuro, un’amicizia. Ma al tempo stesso i vostri due paesi sono cambiati e si sono ulteriormente allontanati. Quella nobiltà palestinese europeizzata dalla quale lei proviene, Sari, ha perso il suo ruolo-guida: adesso è andata al potere un’altra élite palestinese. Nel suo caso, Amos, è finito anche quel movimento dei kibbutz – a guida askenazita – che lei descrive nel suo libro: pantaloncini kaki, fucile a tracolla e aura romantica.
Oz: Io non ho nostalgia dei vecchi tempi. Quelli erano gli anni ’50 o ’40, e a quell’epoca le risposte erano quelle, ma non sono adatte ai tempi nostri. Politicamente parlando, sta di fatto che l’attuale premier Netanyahu oggi è più a sinistra di quanto fosse Golda Meir negli anni ’70. Se allora Netanyahu si fosse fatto avanti con la soluzione a due Stati che ha fatto sua adesso, sarebbe stato espulso dal partito laburista di Golda Meir perché troppo a sinistra. Nel 1967, quando i miei colleghi e io abbiamo cominciato a prospettare una soluzione a due Stati, eravamo talmente pochi che avremmo potuto tenere le nostre riunioni nazionali in una cabina telefonica. Ciò significa che tutto il paese, tutto quel gran caos che è Israele, si è spostato verso una sinistra pragmatica. Questo è forse sufficiente per il cambiamento che io aspetto di vedere nella società israeliana? Certo che no. Però questa novità non va ignorata.
Nusseibeh: Penso che la stessa cosa sia accaduta sul versante palestinese. Nel 1967, se una o due persone proponevano la soluzione a due Stati, gli sparavano addosso o le facevano saltare in aria. Adesso invece la soluzione dei due Stati è considerata accettabile. Attualmente, la questione non è se le cose siano cambiate, ma se il cambiamento proseguirà nella stessa direzione, o se invece verrà il giorno in cui ci guarderemo indietro e vedremo che questa soluzione un tempo è apparsa possibile ma adesso non lo è più. Prima, Amos diceva che quello che darebbe il segnale di una svolta sarebbe una trasformazione emotiva, un evento che induca ciascuno ad aprire gli occhi e a guardare l’altro. Insisto: ciò è ancora possibile, tutto è ancora possibile. Ciò di cui abbiamo bisogno è leadership, immaginazione, visione.
Oz: Sì, sono d’accordo. Tutto è ancora possibile...
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 Orchestra Sinfonica Abruzzese e l'Alexian Santino Spinelli Group al Tempio valdese di Roma |
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IL DIALOGO PASSA ATTRAVERSO L'ARTE
Due concerti di solidarietà per non dimenticare; 13 novembre a Roma, 14 novembre a Lanciano
L’Orchestra Sinfonica Abruzzese e l’Alexian Group di Santino Spinelli hanno eseguito due concerti di solidarietà per l’Abruzzo il 13 novembre a Roma presso il Tempio valdese di piazza Cavour alle 18 (ingresso gratuito) e a Lanciano (Chieti) presso il Teatro Fedele Fenaroli, il 14 alle ore 21. “Romano Drom”, la lunga strada dei Rom, rappresenta un evento artistico unico e originale in cui è stata proposta musica Rom interpretata dall’Orchestra Sinfonica abruzzese con canti in lingua romanì composti da Alexian Santino Spinelli.
'I Rom abruzzesi, cittadini italiani, sono presenti in Abruzzo da oltre sei secoli e sono vicini alle famiglie aquilane duramente colpite dal terremoto – ha rilevato Spinelli in occasione della conferenza stampa – . Per la prima volta in questi eventi con la Sinfonica abruzzese la musica romanì non è stata assorbita dalla musica classica, ma al contrario l’orchestra sinfonica ha accompagnato e integrato la musica romanì.' Una commistione musicale sana e intrisa di solidarietà, anche alla luce degli ultimi sgomberi dei campi Rom avvenuti a Roma in questi giorni.
I concerti sono stati organizzati grazie al contributo delle seguenti associazioni e istituzioni: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei) e Tavola Valdese, l’Associazione nazionale Thèm Romanò di Lanciano (Ch), la Ut Orpheus Edizioni di Bologna, la Cooperativa ERMES di Roma, l’Arci Solidarietà di Roma, la Fondazione Casa della Carità di Milano, l’Associazione Altrevie di Roma, la Compagnia Nuove Indie di Roma, l’Associazione Piemonte-Grecia Santorre di Santarosa di Torino, la Deputazione Fedele Fenaroli del Comune di Lanciano, la Federazione Romanì di Roma, la rivista Confronti nell'ambito delle iniziative DIALOG-ARTI e Articolo 21. I due eventi sono stati inoltre promossi da decine di radio e dalle riviste Focus di Milano e Intercity di Pescara.
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L'amore non sopporta tutto
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La Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI), assieme alla rivista “Confronti”, ha organizzato il 3 marzo 2009 a Roma, nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, una tavola rotonda dal titolo significativo: 'L’amore non sopporta tutto.Violenza sulle donne: capire le cause per curare gli effetti', tema quanto mai attuale alla luce degli ultimi eventi di cui sono state vittime le donne. Alla tavola rotonda hanno partecipatoanche diverse organizzazioni impegnate nella lotta contro questa terribile piaga sociale.
Durante l’incontro, la presidente dell’Unione Donne in Italia (UDI)ha portatol’anfora della staffetta contro la violenza sulle donne, partita il 25 novembre 2008 da Niscemi, dove Lorena Cultraro è stata uccisa dai suoi “amici”, e che concluderà il suo cammino il 25 novembre 2009 a Brescia, dove Hina Salem è stata sgozzata dal padre e dal fratello perché desiderava vestire all’occidentale.
ASCOLTA:
http://www.radiovocedellasperanza.it/mp3/pgm/att/att_1236595381_09032009.mp3
Vedi foto nella sezione immagini | |
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 'L'amore non sopporta tutto' Convegno Fdei - Confronti / vedi foto nella galleria immagini. Da sinistra: Stefano Ciccone, Elisabeth Green, Margherita Van der Veer, Domenico Maselli, Gian Mario Gillio, Pina Nuzzo. |
| IV CONFERENZA MONDIALE BATTISTA PER LA PACE E DALAI LAMA A ROMA |
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IV CONFERENZA MONDIALE BATTISTA PER LA PACE
9 - 14 febbraio tra Roma e Castel Gandolfo
La pace che viene dal basso | 
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| Il Dalai Lama è giunto a Roma, prima tappa del suo viaggio in Europa. Oggi il leader religioso tibetano ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in una cerimonia che si è svolta presso l'Aula Giulio Cesare, alla presenza di una numerosa delegazione interparlamentare e dell'intero Consiglio Comunale. La decisione di conferire la cittadinanza onoraria al Dalai Lama è stata presa nel settembre scorso dal Consiglio Comunale per sottolineare 'il suo impegno internazionale per aver diffuso il principio della riaffermazione dei diritti umani e della riappacificazione tra i popoli'.
Vai al video... |
 Poppi - 'Fiori di pace' luglio 2008 |
Semi di pace “israeliani e palestinesi in dialogo”
progetto della rivista Confronti
finanziato con l’otto per mille della Chiesa valdese
...clicca nell'immagine per arrivare al sito della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno
mercoledì 11 febbraio 2009 - ore 17 ASCOLTA...
'>Libreria Bibli
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| 27 GENNAIO: IL GIORNO DELLA MEMORIA |
Giornata della Memoria
In occasione dell’uscita del numero speciale della rivista Keshet in onore degli 80 anni di Amos Luzzatto, presidente emerito dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia è già direttore della rassegna mensile di Israel
Breve intervento di Amos Luzzatto estratto dall'incontro di lunedì 26 gennaio Aula IV – edificio di Lettere e Filosofia - Roma. 'Il contributo ebraico al dialogo nella società multiculturale'
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USA OGGI, USA DOMANI - CENTRO ECUMENE
Dal 5 all'8 dicembre si è svolto a Ecumene (Velletri, Roma) un campo studi sulla realtà politica e religiosa degli USA dopo l‘elezione alla Casa Bianca di Barack Obama. Sono intervenuti tra gli altri il filosofo Biagio De Giovanni, lo storico Daniele Fiorentino, il teologo Daniele Garrone, il giornalista e politologo Paolo Naso, lo studioso di geopolitica Eric Terzuolo. Importanti presenze anche dagli USA: gli interventi di Jim Winkler, responsabile dell'Ufficio “Chiesa e società” della Chiesa Metodista Unita, e di Doug Ottati, storico e teologo, docente al Davidson College del North Carolina. A introdurre i lavori il pastore Massimo Aquilante, presidente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (OPCEMI).
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 Catena per la Pace a Roma | CATENA PER LA PACE A ROMA 11/01/2009
Oltre un migliaio di persone hanno creato una catena umana da piazza San Marco a piazza di Porta Capena a Roma perchiedere la pace in Medio Oriente. I manifestanti si sono riuniti per sfilare in un corteo che ha costeggiato il ghetto ebraico e la sede della delegazione palestinese.
Confronti ha raccolto alcune riflessioni... Giulia Rodano, Ali Rashid, Tana De Zulueta, Giovanni Berlinguer, Paolo Cento, Pupa Garribba, Gisella Kohn
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| VIEDEO E RIFLESSIONI SUL MONDO DELLA SCUOLA |
A che servono classi «per stranieri»? di Simonetta Salacone
La protesta, e il dibattito che ne è seguito e che ancora coinvolge molte realtà culturali e politiche del paese, hanno poco di ideologico e molto di concreto. La mozione è stata collegata subito alla ampia serie di provvedimenti governativi che, a seguito di eventi anche drammatici avvenuti in alcuni territori del nostro paese, sono stati varati per collegare in maniera diretta l’emigrazione con i fenomeni della clandestinità, della marginalità, della sicurezza. leggi...
Simonetta Salacone è dirigente della scuola elementare Iqbal Masih, intitolata al bambino pakistano simbolo della lotta contro il lavoro infantile. Venduto dal padre ad un commerciante di tappeti, Iqbal lavorò in condizioni di schiavitù dall’età di sette anni. Lottò per i diritti dei bambini e per la liberazione dal lavoro schiavizzato. Intorno al suo impegno si animò una pressione internazionale che indusse il governo pakistano a chiudere decine di fabbriche di tappeti: furono liberati circa tremila bambini. Iqbal è stato ucciso nel 1995 all’età di 13 anni. Simonetta Salacone è anche stata per cinque anni la Presidente dell’IRSSAE (Istituto Regionale di Ricerca Sperimentazione e Aggiornamento Educativi) per il Lazio. È tra i fondatori della rete delle scuole del 14° e 15° distretto, Municipi VI e VII di Roma est, che comprende scuole dalle materne alle superiori. Abbiamo raccolto la sua opinione e quelle di altri esperti e docenti in occasione dell'incntro organizzato dalla nostra rivista presso il Liceo Mamiani di Roma.
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|  Francesco Tonucci - 'Frato' |
| IL DOSSIER: 'MAMMA LI ZINGARI' |
 Dossier Confronti | “MAMMA LI ZINGARI!!!”
Il dossier allegato al numero di ottobre di Confronti – rivista di politica, società, dialogo tra culture e religioni – è stato fortemente voluto: lo abbiamo ritenuto necessario in questo periodo di “strana euforia” securitaria, per andare oltre quanto si è detto e fatto in questi ultimi mesi. Un approfondimento conoscitivo – seppur non completamente esaustivo, ne siamo consapevoli – sulla popolazione romanì, realizzato con la collaborazione e il contributo del Servizio rifugiati e migranti (Srm) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei).
Puoi scaricare gratuitamente il dossier formato pdf nella sezione documenti che trovi a fondo pagina
|  Foto di Rocco Luigi Mangiavillano |
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 RADIO BECKWITH |
| 'Fiori di pace': ragazzi israeliani e palestinesi si incontreranno in Toscana a Poppi, per la quarta volta |
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'Fiori di pace': dieci ragazzi palestinesi e dieci ragazzi israeliani arriveranno in Italia a luglio per incontrarsi, conoscersi e svolgere delle attività insieme ad un gruppo di coetanei italiani. Il progetto a sostegno del dialogo per la pace e la convivenza nell'area mediorientale è giunto alla quarta edizione. È promosso dal mensile di dialogo interreligioso Confronti e finanziato con i fondi Otto per mille dell'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7o giorno (UICCA). | | |  'Fiori di pace' |
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 Otto per mille ai valdesi |
NEL 2008 CON I FONDI DELL’OTTO PER MILLE I VALDESI HANNO FINANZIATO OLTRE 200 PROGETTI IN ITALIA E ALL’ESTERO. DUE PER LA RICERCA SULLE CELLULE STAMINALI
Con il tuo otto per mille piantiamo semi di pace, giustizia e solidarietà; promuoviamo opportunità di lavoro, cultura e formazione. In Italia e all’estero.
Laicamente, perché la laicità garantisce i diritti di tutti.
Un diario di lavoro su sociale, cinema, libri e altro |  Associazione 31 ottobre per una scuola laica e pluralista |
| Descrizione | Documento | 27 OTTOBRE 2008 VII GIORNATA DEL DIALOGO CRISTIANO ISLAMICO | 
| Lettera per VII Giornata del dialogo cristiano islamico Il Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano | 
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| Descrizione | Documento | 'Mamma li zingari' Presentazioni a Milano | 
| 'Mamma li zingari' Presentazione a Roma, libreria Rinascita | 
| Rassegna stampa Redattore Sociale - DiRE | 
| Dossier 'Mamma li zingari' - @Confronti File Pdf Dossier | 
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| Descrizione | Documento | L'ALTRA FACCIA DEL MONDO - SANKARA Convegno nazionale sull'esperienza di Thomas Sankara | 
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| 'La voce nel deserto' alla Fiera del libro di Torino con Bunna, Vittorio Martinelli, Andrea Ayassot, Andrea e Daniele Ughetto, Daniele Bertone, Gian Mario Gillio. Foto: Giovanna Rostagno |
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Il tuo fiato, ancora involontario, Soffia di tanto in tanto sulle mie giornate, lontane da ogni luogo e lo respiro, mio malgrado, in un istante sospeso tra stacco ed atterraggio, tra il vero e il falso dei miei occhi, ormai cordiali e innervositi e i tuoi scampati, increduli, circostanti e grati, che cerco di afferrare nascondendo il tentativo, mentre srotolo un presente di altalene arrugginite, di scivoli al contrario e corde troppo lise per potercisi aggrappare.
Umberto Gillio | A very strong passion, photography, accompanied me along this path, and the intense desire to document allowed me to read and tell stories of men trying to catch their sensitivity, their expectations and dreams in an attempt to reflect the 'idea of the world that we built. I was born in Sicily in the early sixties. Since 1980, live, study and work in Rome, with a heart deeply tied to the South.
Rocco Luigi Mangiavillano
| I am a free-lance based in Rome where I was born in 1963. After a Psychology Degree (Rome University, June 1988) and a Photography Diploma (School of Visual and Performing Arts, City of Westminster College of London, July 1991), at the beginning of the nineties I started taking photograps for the editorial market. Nowadays I usually work on assignments and on my own projects for national and international newspapers and magazines, for Private and Public Companies, Religious, Artistic and Humanitarian Associations. From 2005 I teach Photography in the Media at Richmond University in Rome and from 2007 I give lectures of Photojournalism at Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata in Rome.
Andrea Sabbadini | 
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| Il cielo come destino - Regia di Vittorio Pavoncello
...per accedere al sito clicca sull'immagine
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