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Associazione Culturale WSP Photography
Presenta
“Se la musica cambia…” Strategie per sopravvivere alla crisi dell’editoria e del fotogiornalismo
Incontro con Gian Mario Gillio e la Redazione di “Confronti”
Venerdì 20 gennaio 2011 ore 19:00 WSP Photography Via Costanzo Cloro 58 Roma (Metro B San Paolo)
Il 2011 è stato un anno molto difficile, specie per chi lavora nel mondo dell’editoria, del giornalismo e della fotografia. Sono molte le riviste e le professionalità che hanno dovuto cedere alla crisi, chiudere i battenti o ridurre drasticamente il numero di collaboratori e i costi. Tra cui i fotografi. Riuscire a pubblicare un servizio ben fatto è sempre più difficile e direttore e photoeditor devono continuamente districarsi nella giungla dei fondi sempre più scarsi, inventandosi ogni possibile strategia di sopravvivenza. Il Mensile Confronti, dopo oltre 10 anni di vita, quest’anno ha rischiato di chiudere. C’è voluta una grande campagna di sensibilizzazione ad opera dei suoi collaboratori e delle centinaia di fedeli sostenitori, abbonati, amici, giornalisti, musicisti, scrittori e intellettuali che hanno fatto sì che Confronti vivesse ancora. Insieme al Direttore, Gian Mario Gillio, ad Adriano Gizzi, della redazione, e alla grafica Daniela Mazzarella, ripercorreremo insieme la storia della rivista, dagli albori agli ultimi anni, analizzando insieme la situazione attuale in cui versa l’editoria italiana, ipotizzando possibili strategie per uscire dalla crisi e rilanciare il settore anche attraverso i nuovi media e il mezzo fotografico. Confronti è una pubblicazione mensile di “fede, politica e vita quotidiana”. Al tempo stesso è un centro culturale impegnato sui temi del dialogo tra le fedi e le culture, del pluralismo e dell’educazione alla pace. Confronti esce dal maggio 1989 raccogliendo l’eredità di “Com-Nuovi tempi”, una delle prime testate ecumeniche cui hanno collaborato, per quindici anni, cattolici, protestanti, credenti “senza chiesa” e persone in ricerca sulle tematiche della fede. Nella redazione collaborano cristiani di diverse confessioni, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti e laici interessati al mondo delle fedi. Ogni numero propone servizi, reportage fotografici e rubriche che indagano sul pluralismo e l’integrazione tra popoli e culture, con un occhio sempre attento alla cronaca e a ciò che accade nel mondo. L’incontro è l’occasione per presentare la rivista e l’ultimo numero a cui ha collaborato il Collettivo WSP con la realizzazione del reportage fotografico “Occupy Wall Street”, realizzato tra New York, Los Angeles e San Francisco nel caldo ottobre americano e internazionale.
Per info visita anche il sito: www.confronti.net
Ufficio Stampa Daniela Silvestri 328.17.95.463 David Scerrati 328.4135383
Appello urgente: Non chiudete quelle sedi RAI
Di fronte alla decisione del CDA della Rai di ridurre drasticamente le sedi di corrispondenza Rai nel mondo diffondiamo e sottoscriviamo un appello urgente contro il provvedimento. Leggi e aderisci anche tu!
Appello alla RAI
Non chiudete quelle sedi! Chiediamo più informazione di qualità dal mondo e sul mondo Meno gossip e più attenzione alle persone e ai popoli
Al Presidente della RAI Ai membri del CDA della RAI Al Direttore della RAI Non possiamo accettare che la Rai decida di ridurre drasticamente gli uffici di corrispondenza e addirittura di chiudere le sedi di Nairobi, Beirut, Istanbul, Nuova Delhi, Buenos Aires e Mosca e il canale Rai Med. Questo progetto è profondamente contrario agli interessi dell’Italia e degli italiani che devono essere messi nelle condizioni di affrontare da protagonisti le grandi sfide del nostro tempo. Al contrario serve una maggiore apertura internazionale della Rai che ci deve aiutare a capire in tempo reale quello che accade nel mondo costruendo ponti fra le culture e le civiltà e diffondendo la cultura della pace, del dialogo, della cooperazione e dell’integrazione. Le sedi di corrispondenza della Rai non sono uno spreco ma un investimento strategico per il nostro paese. Non vanno chiuse ma sostenute da nuovi spazi nei palinsesti quotidiani capaci di portare in primo piano la vita delle persone e dei popoli. Con questo spirito torniamo a chiedere una struttura editoriale per i diritti umani, il rilancio di Rai Med e il rafforzamento di RaiNews24 che deve essere finalmente messa nelle condizioni tecniche di fornire il servizio “all-news” al quale è stata preposta. Per illustrare le ragioni e le proposte del nostro appello chiediamo infine un incontro urgente con il Direttore Generale della Rai. Flavio Lotti, Coordinatore nazionale Tavola della pace Giuseppe Giulietti, Portavoce Articolo21 Franco Moretti, Direttore Nigrizia Carmine Curci, Direttore Misna (Missionary International Service News Agency) Mario Menin, Direttore Missione Oggi Franco Siddi, Segretario nazionale FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) Roberto Natale, Presidente FNSI Carlo Verna, Segretario nazionale UsigRai Francesco Cavalli, Direttore Premio Ilaria Alpi Lorenzo Frigerio, Coordinatore LiberaInformazione Alex Zanotelli. Direttore Mosaico di Pace Gian Mario Gillio, Direttore Rivista Confronti
Adesioni personali:
Gabriella Caramore, Radio Tre; Daniela De Robert, Vice segretario Usigrai; Laura Pepe, Vicecaporedattore Esteri Giornale Radio Rai; Gianfranco Graziola, Radio Monte Roraima – Roraima Brasile; Alessandra Tarquini, ufficio comunicazione VIS; Patrizia Alberici, Redazione Esteri Giornale Radio Rai; Sen. Vincenzo Vita; Raffaello Zordan, Nigrizia; Diego Piovani, Missionari Saveriani; Fiorella Ferrarini, Gianni Guerrini, Susanna Sinigaglia, Alberto Subioli, Giovanna Bonifazi, Manilla Calabretta, Padre Ottavio Raimondo, Giuseppe Izzi, Francesca Civile, Domizia Rossi, Sandra Cangemi, Carmelo Labate, Maria Teresa Cassini, Alessandro Castellari, Emilia Facchetti, Silvio Manera, Silvana Cattaneo, Sara Gambarelli, Marino Gambarelli, Maurizio Ascari, Stefano Sanchioni, Livia Marra, Diana Pezza Borrelli, Fabio Pipinato, Isabella Colonna, Stefania Sinigaglia, Serenella Gatti Linares, Andrea Careddu, Floriana Raggi, Leonardo Sette, Roberto Brancolini, Renata Rusca Zargar, Alma Re Fraschini, Nicoletta Pierantozzi, Rosa Taschin, Elena Dal Santo, Marta Sonzogni, Maurizio Barbero, Stefano Aicardi, Gabriele Russo, Daniele Fico, Daniele Simonelli, Attilio Sbragi, Adriana Mazzocco, Vittorio Tempellini, Carla Baldi, Luigi Radrizzani, Daniela Pasquinoni, Mirella De Gregorio, Every Guidi, Teresa Carminati, Paolo Ramazzotti, Isabella Omacini, Ionne Guerrini, Luciana Ceresa, Alberico Giostra, Leila Haj Abdullah Alleh, Orazio Leggiero, Ilva Piussi, Raffaele Barbiero, Maria Grazia Bonfante, Duilio Bianchi, Laura Pedrotti, Gian Mario Ceridono, Laura Facchinetti, Filomena Laterza, Raffaele D’Imperio, Pierangelo Monti, Francesco Monti, Elena Monti, Daniele Monti, Maria Rosa Tadiello, Giada Bellucci, Tullio Giacomo Carnevali, Anna Xausa, Antonio Stupiggia, Luigi Chiaverina, Amilcare Nicoletti, Francois Pesce, Piergiorgio Rosetti, Enrico Peyretti, Suor Donatella Lessio, Arianna Marullo, Renzo Felisari, Giuliano Fontana, Fernando Tovo, Gianfranca Zancanaro, Ettore Giuffrida, Gaetano Giuseppe Saracino, Lucia Leone, Mario Iosca, Marcello Romagnoli, Roberto De Romanis, Lucia Grillo, Luciano Stella, Carla Casiroli, Teresa Padovan, Antonio Rolle, Mimma Forlani, Luciano Capuccelli, Anna Sbordone, Patrizia Marzano, Adele Folcia Rossi, Licia Infriccioli, Rosella Giammatteo, Angelo Infriccioli, Andrea Bonadiman, Maurizio Scappin, Carmen Giuliani, Francesco Nicotra, Gerhard Hackner, Gabriele Pirini, Giovanna Frigerio, Luciano Corradini, Pierpaolo Loi, Alfredo Di Sirio, Giulio De la Pierre, Maria De la Pierre, Sara Puglia, Antonio Castellano, Patrizia De Capitani, Antonio Zulato, Sonia Forin, Lucio Tafuto, Romina Perni, Leonardo Cuni, Giuseppina La manna, Rosemma Seregni, Simone Hardt, Luciano Grassi, Duilio Manara, Giorgio Spangaro, Ezio Corradi, Luciano Selis, Anna Lanaro, Cristina Marconi, Teresina Caffi, Roberto Fustinoni, Barbara Accetta, Franco Di Primio, Angelo Casati, Alessandro Brocchieri, Alessandra Angelucci, Lorenza Annoni, Roberto Pasquato, Ignazio Sanna, Stefano Fragasso, Camillo Parolini, Gianpaolo Petrucci, Dianella Rosadoni, Attilio Alioli, Elia Sabioni, Maria Grazia Negrini, Paolo Sensi, Giuseppe Sunseri, Teresa Salomone, Maria Cristina Angeletti, Stefano Terzi, Maria Rita Cacchione, Monica Ravalico, Giuseppe Di Francia, Enrico Gregorelli, Liliana Lipone, Paola Biavati, Franco Borghi, Bruno Fini, Antonio Trezzi, Cecilia Secchiero, Ennio Romolo Epifania, Mario Dabbicco, Rita Alicchio, Anita Paltrinieri, Anna Di Sapio, Angelo Spinatonda, Irene Boschetti, Assunta D’Adduzio, Gianluca Spinatonda, Federica Ricci, Simone Campus, Sauro Strozzi, Silvia Montevecchi, Claudio Gollini, Valentina Ripa, Angela Soriani, Alessia Creazzo, Cecilia Lonati, Sergio Dalmasso, Cristina De Tisi, Angelo Noris, Adele Signori, Giulia Angeletti, Giancarlo Conti, Benito Silvestri, Bruno Tolomello, Renata Menaballi, Stefano Regoli, Paola Bassi, Mario Conforti, Rosa Faretra Conforti, Paolo Costantini, Maria Antonietta Brescia, Maria Maranò, Enrico Coda, Amalia Fumagalli, Frank Wainaina, Giuseppe Di Fini, Sergio Orfeo, Francesco Depalo, Massimo Dalla Giovanna, Marco Galli, Alfredo Navi, , Gonaria Delogu, Ortega Gutierrez Martha Cecilia, Elisabetta Moretti, Alberto Gabrieli, Carola Carazzone, Mario Conforti, Giovanna Goduti, Mauro Castagnaro, Antonio Piccoli, Teresina Caffi, Elisio Camerlo, Antonietta Monterzino, Marta Brighella, Gabriella Bentivoglio, Massimiliana Covati Viola, Marco Cagliani, Marco Piantadosi, Don Paolo Banfi, Giovanni Beretta, Maria Grazia Caccia, Luigi Triboli, Antonello Petrillo, Viola Sarnelli, Enrico Caria, Silvia Gioiello, Patrizio Rispo, Chiara Labate, Cinzia Restelli, Tekeste Tzeggai, Valeria Vellante, Giorgio Contessi, Miriam Capobianco, Federica Sasso, Antonio Zatti, Elena Bonetti. Le adesioni all’appello devono essere inviate a:
Tavola della Pace, via della viola 1 (06122) Perugia - Tel. 075/5736890 email segreteria@perlapace.it - www.perlapace.it
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 Rony Berger, Gian Mario Gillio, Seham Ikhlayel, Mohammad Bakri - Foto di Andrea Sabbadini |
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Semi di pace: Israele- Palestina, un dialogo ancora possibile
di Bruna Iacopino da Articolo 21
“Stiamo morendo, abbiamo bisogno anche della vostra voce per far sapere al mondo quello che accade”. È un appello accorato quello che è stato lanciato in conferenza stampa da Seham, palestinese, una dei membri della delegazione di israeliani e palestinesi giunta in Italia per la XIII edizione di Semi di Pace, l’iniziativa promossa dalla rivista Confronti e dalla Tavola Valdese e presentata alla Camera dei deputati. In una fase di stallo ormai assoluto per il processo di pace tra i due paesi, l’ottimismo è certo il seme più difficile da far attecchire, ma la testimonianza di uomini e donne, alcuni dei quali fanno parte dell’associazione Parents circle, offre un po’ di speranza. Ci mettono la faccia e l’impegno giorno dopo giorno, nei luoghi in cui vivono per promuovere una pace da cui non si sentono estranei, quanto invece si sentono estranei, quasi dei burattini, all’interno di un conflitto che sembra non avere soluzioni. Un impegno che richiede tempo e costanza. “La storia si può cambiare e può cambiarla anche un uomo solo” sostiene con forza il regista e attore Mohammed Bakri sotto processo in Israele per aver voluto dare voce ai palestinesi che vivono nei territori occupati con il suo “Jenin, Jenin”. E la contraddizione diventa palpabile: “ Con il mio lavoro ho dato voce ai curdi massacrati da Saddam, al genocidio armeno per opera della Turchia, agli ebrei… eppure nessuno dei governi chiamati in causa mi ha querelato, in Israele questo è successo!”. Accanto alle loro si uniscono altre voci, di attivisti, medici, musicisti, docenti universitari, tutti impegnati in un percorso di auto-liberazione dal conflitto e di trasmissione di una diversa via: la possibilità di vedere e conoscere l’altro che passa anche attraverso la conoscenza della sua cultura. Nascono così progetti paralleli che portano verso un dialogo irrinunciabile. Un festival di cinema itinerante che mostra film israeliani a spettatori palestinesi e viceversa, come quello presentato da Asher Salah, israeliano critico e docente di storia del cinema o come lo scambio “musicale” sperimentato in Svezia da Nimrod Ginzberg, musicista israeliano, che racconta di amicizie strettissime nate nel giro di pochi giorni tra ragazzi ebrei e palestinesi con l’ausilio, appunto, della musica. E se nel giro di pochi giorni le barriere possono essere abbattute perché non ipotizzare che in un lasso di tempo più ampio non lo possano essere per molte più persone? E la speranza trapela anche dalle parole di Mustafa Qossoqsi psicoterapeuta palestinese, che vive a Gerusalemme e da anni porta avanti con ragazzi israeliani e palestinesi il progetto “Fiori di pace”. Le barriere vanno abbattute proprio a partire da loro, le fasce più sensibili le future generazioni…. Frutti? Forse pochi, ma si vedono; come quando, racconta Mustafa, durante l’operazione piombo fuso i ragazzi israeliani e palestinesi, che avevano avuto modo di solidarizzare in precedenza, hanno continuato a parlare e a mantenere contatti strettissimi attraverso l’ausilio dei social network.
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Semi di Pace su Radio Rai 3
Semi di pace, sono quelli coltivati dalla rivista 'Confronti' con una iniziativa giunta alla tredicesima edizione promossa con il sostegno della Tavola valdese, un progetto nato per dare voce a israeliani e palestinesi impegnati nell'educazione alla pace e al dialogo interreligioso. Si tratta di un programma di incontro tra operatori e mediatori di pace israeliani e palestinesi che giungono nel nostro paese sia per conoscersi e dialogare tra di loro - l'attuale situazione politica e militare rende difficile questo tipo di incontri - sia per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e le loro analisi sul complesso problema mediorientale. Ne parliamo con Gian Mario Gillio, direttore della rivista Confronti, con Seham Ikhlayel (Parents Circle palestinese) e con Yuval Roth (Parents Circle Israleiana).
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Confronti
'Semi di pace' su Radio Beckwith |
Sabato 26 febbraio presso la Galleria Civica F. Scroppo in Via D’Azeglio 10 a Torre Pellice,si è svolto l’incontro dal titolo “Il conflitto israelo-palestinese raccontato dai testimoni” della rassegna “Semi di pace” organizzata dalla rivista “Confronti”. Il giorno stesso è venuto a trovarci in redazione il direttore della nota rivista, Gian Mario Gillio, il quale ci ha presentato non solo l’evento relativo alla serata, ma l’intera ressegna nei dettagli, giunta ormai alla tredicesima edizione.
Ascolta l’intervista a cura di Paolo Rovara:
http://rbe.it/caravan/2011/02/confronti-per-la-rassagna-semi-di-pace-presenta-il-conflitto-israelo-palestinese-raccontato-dai-testimoni/
All’inconto hanno partecipato Khaldoun M. I. Alazzeh – musicista palestinese, Nimrod Ginzberg – musicista israeliano, Asher Salah – critico e docente di cinema israeliano e Mohammad Bakri – regista e attore palestinese. L’incontro è stata una vera e propria opportunità per confrontarsi con operatori e mediatori di pace israeliani e palestinesi, arrivati con una delegazione in Italia, sia per conoscersi meglio tra di loro sia per condividere con il pubblico italiano le loro esperienze e le loro analisi. “Semi di pace” è un’ iniziativa della rivista Confronti e della Tavola valdese, finanziata come molti altri progetti dall’otto per mille destinato alle chiese protestanti.
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| Descrizione | Documento | 'Semi di pace' su La Stampa Pubblicato venerdì 25 febbraio 2011 | 
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 Yuval Roth, Asher Salah, Mohammad Bakri - Foto di Andrea Sabbadini |
L'israeliano e il palestinese a l'Unità
Guarda anche:
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Khaldoun MI, Astrologo Marina, Bakri Mohammad, Berger Rony, ESTERI GUERRA Gillio Gian Mario, Ginzberg Nimrod ...www.radioradicale.it
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 Amos Oz e Sari Nusseibeh |
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MEDIO ORIENTE
Due Stati dell’essere
Conversazione con Amos Oz e con Sari Nusseibeh
Herald Tribune - traduzione di Fiammetta Bises e Marina Astrologo Nel leggere le memorie di Sari Nusseibeh (Once Upon a Country: A Palestinian Life) e Amos Oz (Una storia di amore e di tenebra), a volte è difficile ricordare che scrivono della stessa terra, che abitano a meno di 25 miglia di distanza. Sari Nussebeh è un politico e accademico palestinese, e quella che descrive è una vita di lotta per una terra in cui la sua illustre famiglia ha svolto un ruolo centrale dal VI secolo. Amos Oz è uno scrittore israeliano, e la sua storia si situa sullo sfondo del miracoloso ritorno degli ebrei – compresi i suoi genitori, due sionisti nati nell’Europa orientale – al loro antico luogo di origine, dopo secoli di diaspora. A volte le loro narrazioni sembrano escludersi a vicenda, costruite su aspirazioni e rivendicazioni tra loro inconciliabili. Nondimeno, i due sono diventati buoni amici e hanno raggiunto la stessa conclusione: l’unico futuro possibile per la loro terra è di ospitare due stati confinanti. Per questa conversazione, i due si sono incontrati a Berlino, dove erano venuti a ritirare un premio assegnato a entrambi. La conversazione è stata moderata da Serge Schmemann, che dirige la pagina dei commenti dell’International Herald Tribune.
Schmemann: Signori, nelle vostre memorie scrivete ambedue di uno stesso momento storico, la fondazione dello Stato di Israele, ma è come se scriveste di due eventi totalmente diversi. Nel suo libro, Sari, lei scrive: “L’anno del mio concepimento, il 1948, ha visto la fine del sogno palestinese…”. E lei, Amos, nel suo libro scrive che quello stesso momento fu un momento di riscatto, quando suo padre le disse: “D’ora in poi, poiché abbiamo un nostro Stato, tu non sarai mai vessato soltanto perché sei Ebreo e perché gli Ebrei sono così e così. Ciò non accadrà mai più”. Come potranno mai conciliarsi queste due narrazioni? Perché si faccia la pace, non dovranno essere riscritte da cima a fondo?
Oz: Non so se sia necessario conciliare le due narrazioni. Penso che possano restare diverse e perfino contraddittorie. Il punto è che dobbiamo riconciliarci gli uni con gli altri. Dobbiamo metterci d’accordo sul futuro, non sul passato.
Nusseibeh: Io penso che in certi casi sarà necessario conciliare le due narrazioni. Vi sono cioè alcuni avvenimenti che entrambi rivisitare per cercare di metterci d’accordo sull’interpretazione dell’accaduto. Ma anch’io ritengo che in generale sono i singoli, sono le persone che devono riconciliarsi. Ma per tornare al padre di Amos, credo che siamo di fronte a qualcosa che non occorre “riconciliare”. Per gli ebrei, la fondazione dello Stato di Israele è stata qualcosa di molto speciale, molto più speciale di quanto sarebbe per noi palestinesi.
Oz: Secondo me, la vostra storia è soprattutto storia del conflitto con noi, dello scontro con noi.
Nusseibeh: Sì, ma tutto ciò che accade influenza le identità, e quanto è accaduto nel 1948 ha indiscutibilmente rappresentato per noi un evento di prima grandezza e tragico, che ha influenzato il nostro modo di pensare, la nostra identità e il nostro presente, e probabilmente continuerà a influenzare il nostro futuro, anche se non so esattamente in che modo. Penso però che vi sia una differenza fondamentale tra noi e loro – se posso chiamarti “loro”.
Oz: Puoi chiamarmi come vuoi.
Nusseibeh: Voi avete alle spalle una lunga storia e continui tentativi di tornare a riunirvi. Poi avete la tragedia della storia recente, specialmente in Europa. Noi nel nostro passato non abbiamo mai avuto tragedie del genere. Siamo sempre stati un popolo piuttosto “normale”. Secondo me questa è una differenza fondamentale tra di noi.
Oz: Anche noi ricerchiamo una qualche normalità, eppure, temo, siamo diventati ciascuno l’anomalia dell’altro. Parliamo un po’ dell’infanzia, Sari. Tu da bambino abitavi a Gerusalemme, a soli 20 minuti a piedi da dove abitavo io che ero un bambino un po’ più grande. Tu però sei cresciuto dall’altra parte della barriera quando Gerusalemme era già divisa [cioè dopo il 1948], mentre io sono cresciuto prima che Gerusalemme fosse divisa. Qual era la tua concezione, la tua idea, il tuo sentimento rispetto a quella gente che viveva dall’altra parte della divisione, dall’altra parte del muro?
Nusseibeh: Beh, prima del 1967 io non ho mai conosciuto né ebrei né israeliani. Quindi, mentre crescevo dalla mia parte del puro, per così dire, crescevo pensando che fossero creature molto cattive. Mi avevano rubato, e non soltanto a me, ma anche – cosa ben più importante, alla mia famiglia – un pezzo non soltanto di terra, ma di vita. Sono cresciuto fra i racconti dei miei genitori su quella vita. Immaginavo che prima del muro fosse esistito una specie di paradiso, un tempo di cui mia madre, in particolare, era stata derubata. Derubata da gente che per me erano soltanto dei cattivi venuti dal nulla, da Marte.
Schmemann: E la tua idea, Amos? Nel tuo libro racconti che da bambino andasti con tuo zio a visitare una famiglia araba molto in vista. Che impressione ne avesti?
Oz: All’inizio anche le mie sensazioni furono abbastanza in bianco e nero. I proprietari della terra eravamo noi: era l’antica terra dei nostri avi. Sapevamo che su quella terra vivevano degli altri, ma questi avrebbero dovuto accoglierci bene, anche se noi stavamo facendo ritorno nella nostra terra. Come tutti gli altri bambini sionisti, anch’io avevo subito il lavaggio del cervello. In una certa misura, quindi, quella prima visita a una ricca famiglia araba di Gerusalemme mi aprì gli occhi, perché ero bambino e quella era la prima volta che dovevo guardare in faccia il fatto che quella gente aveva una presa su quella terra. Erano loro la popolazione di quella terra. Non erano degli idioti, non erano dei turisti e non erano nomadi. Ma dentro di me e intorno a me, l’atteggiamento principale verso gli arabi continuava a essere di paura e di apprensione. Temevamo che una volta che i britannici si fossero ritirati gli arabi ci avrebbero uccisi tutti. Pensavamo, credevamo che fossero fermamente intenzionati a ucciderci tutti perché loro erano tanti e noi pochi. Quindi c’era paura e diffidenza. Paura e diffidenza. E dentro di me quei sentimenti sono cambiati soltanto quando, adolescente, ho cominciato a leggere dei palestinesi e la narrazione, la storia dei palestinesi è diventata un’ossessione. Non l’ho fatta mia, non sono diventato “filo palestinese”: non lo sono neanche oggi. Però ho imparato che quella narrazione è valida e che c’è uno scontro fra due narrazioni valide, due rivendicazioni valide alla stessa terra. E ciò ha contribuito a instillarmi un senso di tragedia colossale: e la definizione di tragedia è uno scontro fra una ragione e una ragione. O a volte uno scontro fra un torto e un torto.
Schmemann: Naturalmente, voi due siete arrivati ad accettare la presenza l’uno dell’altro; siete diventati amici. Eppure a quanto pare per voi è più facile incontrarvi qui a Berlino, poniamo, che a Gerusalemme. Nella vostra terra è ancora possibile per voi trovarvi a Gerusalemme e coltivare qualcosa che rassomigli a una normale amicizia?
Nusseibeh: E’ diventato più difficile. Paradossalmente, penso che subito dopo la guerra del 1967 [quando Israele vittorioso riunificò Gerusalemme], quando cadde quel muro tra bianco e nero, per la gente che viveva da ciascun lato della barriera c’erano maggiori possibilità di contatto. Ad esempio so che mio padre, un avvocato che conosceva molte persone dall’altra parte, ha riallacciato quei suoi contatti. E questi ci hanno presentato i loro figli. ristabilì tali contatti. Quindi immediatamente dopo il ’67 c’è stato un barlume di speranza che forse la barriera fosse crollata e fosse possibile rimettere insieme i pezzi. Non sono affatto certo che questa speranza ci sia ancora.
Oz: Molti di noi non vanno in Palestina. Io stesso non ci vado, a meno di essere esplicitamente invitato da un palestinese. Se andassi in Palestina per turismo, per visitare questo o quel luogo, se andassi in Palestina solo per prendere la scorciatoia tra Gerusalemme e Arad, cosa che non faccio mai, mi sentirei in colpa, mi sentirei un invasore. Quindi vado in Palestina soltanto quando ricevo un invito esplicito da parte di palestinesi, il che succede ogni tanto, ma non molto spesso.
Schmemann: Ma prima era diverso? C’è stato un periodo in cui avrebbe potuto andare a pranzo a Ramallah?
Oz: Sì. Come ha detto Sari, immediatamente dopo il ’67. Immediatamente dopo la guerra del ’67 mi capitava di andare a Ramallah a mangiare in un buon ristorante, o a trovare qualcuno, o a parlare con la gente, soltanto per curiosità. A quel tempo c’era una sensazione di temporaneità, cioè la sensazione che situazione – l’occupazione israeliana di tutta la Cisgiordania – fosse passeggera, e che presto sarebbero tornati i giordani oppure sarebbe stata creata una qualche entità palestinese, insomma si sarebbe raggiunta una soluzione. E allora, perché non godersi nel frattempo quell’avventura di andare all’estero senza bisogno di passaporto e di visto? Ma tutto questo ormai non c’è più, è passato.
Schmemann: E lei, Sari, aveva la stessa sensazione?
Nusseibeh: Adesso, a sentirlo raccontare da Amos, mi ricordo che immediatamente dopo il ’67 anch’io me ne andavo in giro con gli amici a visitare varie località in Israele. Ma ormai non lo faccio più. Per me non è più un piacere.
Schmemann: Leggendo in sequenza i vostri due libri, scritti da due personalità illuminate che sono favorevoli alla soluzione due Stati, avevo sperato di ricavarne un po’ di ottimismo per il futuro. Invece, sinceramente, ne ho ricavato la sensazione che forse la pace non sia possibile, che non avverrà. Lei, Sari, scrive che ogni svolta apparentemente decisiva non conduce che “all’ennesimo vicolo cieco”. E lei, Amos, in uno dei suoi saggi parla di “un’abissale frattura in Israele fra due schieramenti, l’uno convinto che il paese non può sopravvivere continuando a occupare i territori palestinesi, l’altro che non può sopravvivere senza continuare a occuparli”. Come fate a credere ancora che la pace sia possibile?
Oz: Beh, c’è una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che attualmente la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani ha preso coscienza che alla fine ci sarà una spartizione e una soluzione a due Stati. Sono contenti? No. Balleranno per le strade quando sarà attuata la soluzione a due Stati? No. Soprattutto perché non si fidano degli arabi. Dicono: dagli uno Stato e quelli pretenderanno dell’altro. E sospetto – ma qui sta a Sari rispondere – che neanche la maggioranza dei palestinesi sarà contenta di una soluzione a due Stati. Quanto alla cattiva notizia, riguarda la dirigenza: sia noi che loro abbiamo un bisogno disperato di leader coraggiosi e dotati di una visione.
Nusseibeh: Io credo che la soluzione a due Stati sia possibile, o meglio continui a essere possibile. E credo che entrambe le parti siano consapevoli che una soluzione a due Stati porrà fine al conflitto. Ma il problema è che non mi pare ci sia nulla che spinge in quella direzione. Al contrario, mi sembra che continuiamo a girare in tondo, se non addirittura a tornare indietro. Sul versante palestinese c’è la divisione fra Hamas e l’Autorità Palestinese; c’è il fatto che adesso abbiamo una grande difficoltà a metterci d’accordo su qualcosa che assomigli a uno Stato o a un accordo di pace con Israele. Eppure io credo che sia possibile. Bisogna solo che, nella nostra società o nella vostra o in entrambe, succeda qualcosa, che emerga qualcosa di nuovo, che si tratti di un leader o di qualcos’altro che in qualche modo abbatta la barriera. E’ un po’ come cercare un mago politico.
Oz: Si sente il bisogno urgente di uno slancio emotivo, di una svolta emotiva. Questo conflitto non riguarda prevalentemente la proprietà della terra, e di certo non è prevalentemente un conflitto religioso. E’ fatto di emozioni, di sentimenti feriti, di diffidenza, di ingiustizia, di dolore, di umiliazione e di paura, da entrambe le parti. Sarebbe enormemente importante produrre un cambiamento. Penso al magnifico esempio che dette circa 30 anni fa il presidente egiziano Sadat: lui venne in visita in Israele e gli israeliani, da un giorno all’altro, si sciolsero. Quegli stessi israeliani che, prima della visita di Sadat, dicevano che non avrebbero mai restituito l’intero Sinai, che il Sinai era più importante della pace, si sciolsero come il burro e si mostrarono disposti ad abbracciare Sadat e a restituire fino all’ultimo centimetro quadrato di terra in cambio della pace. Ebbene, oggi servirebbe qualcosa di simile da entrambe le parti. Un gesto emotivo, che so, un riconoscimento delle ingiustizie, delle sofferenze del passato. Credo che a prendere l’iniziativa dovrebbe essere un esponente israeliano, perché i palestinesi sono sotto l’occupazione israeliana. Penso cioè che un dirigente israeliano dovrebbe andare a Ramallah, dove ha sede il Consiglio Nazionale Palestinese, e rivolgersi al popolo palestinese così come il presidente Sadat nel 1977 andò alla Knesset e parlò agli israeliani. E dovrebbe dire ai palestinesi: sì, noi israeliani ci prendiamo parte della responsabilità della tragedia del passato. Non tutta, ma una parte sì. Ciò che è stato fatto non si può disfare, ma siamo disposti a fare tutto il possibile per correggere gli errori del passato e guarire le ferite del passato. E magari dire anche ai palestinesi che la prima questione che dobbiamo affrontare è quella dei profughi, perché è davvero urgente. Quella di Gerusalemme non è urgente, può attendere: può restare irrisolta anche per un’altra generazione o per tre generazioni. Ma i profughi sono centinaia di migliaia di persone, che stanno marcendo in condizioni disumanizzanti nei campi profughi. Israele non può riprendersi quei profughi, altrimenti non sarebbe più Israele: ci sarebbero due Stati palestinesi e nessun Israele. Invece Israele può fare qualcosa, insieme al mondo arabo, anzi insieme al mondo intero, per fare uscire quelle persone dai campi e dar loro una casa e un lavoro. Pace o non pace, finché i profughi continueranno a marcire nei campi, non ci sarà sicurezza per Israele.
Nusseibeh: Sono d’accordo. Che vi sia o no una soluzione, il problema dei rifugiati è un problema umano e deve essere risolto. Non può essere accantonato giorno dopo giorno nella speranza che accada qualcosa. In tutto questo conflitto, la dimensione umana è assai più importante di quella territoriale.
Schmemann: Data la profondità delle emozioni coinvolte, delle sofferenze, la soluzione a due Stati richiederà enormi sacrifici, sarà vissuta, come ha detto Sari, alla stregua di un’amputazione tanto per Israele quanto per la Palestina. Quali sono le cose principali cui ciascuno dovrà rinunciare, che ciascuno dovrà cedere?
Oz: La Palestina è la patria dei palestinesi così come la Norvegia è la terra dei norvegesi. E ai palestinesi viene chiesto di cedere parte della loro patria. Si tratta di un sacrificio enorme, che poche nazioni si sono viste chiedere di fare. Quanto a noi, la terra di Israele è la terra dei nostri avi e l’unica patria che abbiamo mai avuto come popolo. Entrambe le parti, se vogliono avere un futuro, dovranno rinunciare a parte delle loro rivendicazioni storiche, a parte delle loro aspirazioni, a parte di quelli che considerano loro diritti legittimi.
Nusseibeh: Ciò cui bisogna rinunciare è un legame emotivo, sono certi articoli di fede. Il che è molto doloroso. Eppure, a dire la verità non credo che sia un problema insormontabile, è completamente insensato per i palestinesi e per gli israeliani rimanere in questa situazione e continuare a infliggere dolore all’altro. E’ una situazione senza sbocchi, inutile e insensata. Se poi il mondo volesse prendere l’iniziativa e dire: “Siamo pronti ad aiutarvi a creare una visione nuova per voi”, penso che si potrebbe recidere questo legame con quegli articoli di fede e con il passato, e i due popoli potrebbero finalmente entrare pienamente nel futuro.
Oz: Permettimi però, Sari, di farti una domanda personale: l’idea che Arad – dove abito e dove sei venuto a trovarmi – non sia più Palestina, non farà mai parte della Palestina, ti sembra un’idea dolorosa, un sacrificio?
Nusseibeh: No. Attualmente sto cercando in Palestina qualcosa di simile ad Arad, un luogo dove poter costruire il mio sogno. E penso che se fra Israele e Palestina ci saranno buoni rapporti, io potrò venirti a trovare ad Arad…
Oz: Quando vuoi!
Nusseibeh: …e non penso che ci saranno problemi.
Schmemann: Del Medio Oriente si dice spesso che tutti sanno come andrà a finire, ma nessuno sa come arrivarci. E’ vero?
Oz: Io non sono d’accordo. Penso che debba finire con una soluzione. Ma purtroppo non sappiamo se finirà proprio così. Siamo in un circolo vizioso e non sappiamo come uscirne. Non è una cosa che può succedere da sé, eppure in questi ultimi dieci, quindici, vent’anni, la gente si è convinta che questa cosa si produrrà da sola. Ma invece, questa possibilità si allontana un po’ ogni giorno che passa. Se dovesse sfumare totalmente, sarà un problema, un grosso problema.
Schmemann: Voi due avete trovato un linguaggio comune, una visione comune del futuro, un’amicizia. Ma al tempo stesso i vostri due paesi sono cambiati e si sono ulteriormente allontanati. Quella nobiltà palestinese europeizzata dalla quale lei proviene, Sari, ha perso il suo ruolo-guida: adesso è andata al potere un’altra élite palestinese. Nel suo caso, Amos, è finito anche quel movimento dei kibbutz – a guida askenazita – che lei descrive nel suo libro: pantaloncini kaki, fucile a tracolla e aura romantica.
Oz: Io non ho nostalgia dei vecchi tempi. Quelli erano gli anni ’50 o ’40, e a quell’epoca le risposte erano quelle, ma non sono adatte ai tempi nostri. Politicamente parlando, sta di fatto che l’attuale premier Netanyahu oggi è più a sinistra di quanto fosse Golda Meir negli anni ’70. Se allora Netanyahu si fosse fatto avanti con la soluzione a due Stati che ha fatto sua adesso, sarebbe stato espulso dal partito laburista di Golda Meir perché troppo a sinistra. Nel 1967, quando i miei colleghi e io abbiamo cominciato a prospettare una soluzione a due Stati, eravamo talmente pochi che avremmo potuto tenere le nostre riunioni nazionali in una cabina telefonica. Ciò significa che tutto il paese, tutto quel gran caos che è Israele, si è spostato verso una sinistra pragmatica. Questo è forse sufficiente per il cambiamento che io aspetto di vedere nella società israeliana? Certo che no. Però questa novità non va ignorata.
Nusseibeh: Penso che la stessa cosa sia accaduta sul versante palestinese. Nel 1967, se una o due persone proponevano la soluzione a due Stati, gli sparavano addosso o le facevano saltare in aria. Adesso invece la soluzione dei due Stati è considerata accettabile. Attualmente, la questione non è se le cose siano cambiate, ma se il cambiamento proseguirà nella stessa direzione, o se invece verrà il giorno in cui ci guarderemo indietro e vedremo che questa soluzione un tempo è apparsa possibile ma adesso non lo è più. Prima, Amos diceva che quello che darebbe il segnale di una svolta sarebbe una trasformazione emotiva, un evento che induca ciascuno ad aprire gli occhi e a guardare l’altro. Insisto: ciò è ancora possibile, tutto è ancora possibile. Ciò di cui abbiamo bisogno è leadership, immaginazione, visione.
Oz: Sì, sono d’accordo. Tutto è ancora possibile...
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 Orchestra Sinfonica Abruzzese e l'Alexian Santino Spinelli Group al Tempio valdese di Roma |
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IL DIALOGO PASSA ATTRAVERSO L'ARTE
Due concerti di solidarietà per non dimenticare; 13 novembre a Roma, 14 novembre a Lanciano
L’Orchestra Sinfonica Abruzzese e l’Alexian Group di Santino Spinelli hanno eseguito due concerti di solidarietà per l’Abruzzo il 13 novembre a Roma presso il Tempio valdese di piazza Cavour alle 18 (ingresso gratuito) e a Lanciano (Chieti) presso il Teatro Fedele Fenaroli, il 14 alle ore 21. “Romano Drom”, la lunga strada dei Rom, rappresenta un evento artistico unico e originale in cui è stata proposta musica Rom interpretata dall’Orchestra Sinfonica abruzzese con canti in lingua romanì composti da Alexian Santino Spinelli.
'I Rom abruzzesi, cittadini italiani, sono presenti in Abruzzo da oltre sei secoli e sono vicini alle famiglie aquilane duramente colpite dal terremoto – ha rilevato Spinelli in occasione della conferenza stampa – . Per la prima volta in questi eventi con la Sinfonica abruzzese la musica romanì non è stata assorbita dalla musica classica, ma al contrario l’orchestra sinfonica ha accompagnato e integrato la musica romanì.' Una commistione musicale sana e intrisa di solidarietà, anche alla luce degli ultimi sgomberi dei campi Rom avvenuti a Roma in questi giorni.
I concerti sono stati organizzati grazie al contributo delle seguenti associazioni e istituzioni: Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei) e Tavola Valdese, l’Associazione nazionale Thèm Romanò di Lanciano (Ch), la Ut Orpheus Edizioni di Bologna, la Cooperativa ERMES di Roma, l’Arci Solidarietà di Roma, la Fondazione Casa della Carità di Milano, l’Associazione Altrevie di Roma, la Compagnia Nuove Indie di Roma, l’Associazione Piemonte-Grecia Santorre di Santarosa di Torino, la Deputazione Fedele Fenaroli del Comune di Lanciano, la Federazione Romanì di Roma, la rivista Confronti nell'ambito delle iniziative DIALOG-ARTI e Articolo 21. I due eventi sono stati inoltre promossi da decine di radio e dalle riviste Focus di Milano e Intercity di Pescara.
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L'amore non sopporta tutto
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La Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI), assieme alla rivista “Confronti”, ha organizzato il 3 marzo 2009 a Roma, nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, una tavola rotonda dal titolo significativo: 'L’amore non sopporta tutto.Violenza sulle donne: capire le cause per curare gli effetti', tema quanto mai attuale alla luce degli ultimi eventi di cui sono state vittime le donne. Alla tavola rotonda hanno partecipatoanche diverse organizzazioni impegnate nella lotta contro questa terribile piaga sociale.
Durante l’incontro, la presidente dell’Unione Donne in Italia (UDI)ha portatol’anfora della staffetta contro la violenza sulle donne, partita il 25 novembre 2008 da Niscemi, dove Lorena Cultraro è stata uccisa dai suoi “amici”, e che concluderà il suo cammino il 25 novembre 2009 a Brescia, dove Hina Salem è stata sgozzata dal padre e dal fratello perché desiderava vestire all’occidentale.
ASCOLTA:
http://www.radiovocedellasperanza.it/mp3/pgm/att/att_1236595381_09032009.mp3
Vedi foto nella sezione immagini | |
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 'L'amore non sopporta tutto' Convegno Fdei - Confronti / vedi foto nella galleria immagini. Da sinistra: Stefano Ciccone, Elisabeth Green, Margherita Van der Veer, Domenico Maselli, Gian Mario Gillio, Pina Nuzzo. |
| IV CONFERENZA MONDIALE BATTISTA PER LA PACE E DALAI LAMA A ROMA |
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IV CONFERENZA MONDIALE BATTISTA PER LA PACE
9 - 14 febbraio tra Roma e Castel Gandolfo
La pace che viene dal basso | 
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| Il Dalai Lama è giunto a Roma, prima tappa del suo viaggio in Europa. Oggi il leader religioso tibetano ha ricevuto la cittadinanza onoraria dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in una cerimonia che si è svolta presso l'Aula Giulio Cesare, alla presenza di una numerosa delegazione interparlamentare e dell'intero Consiglio Comunale. La decisione di conferire la cittadinanza onoraria al Dalai Lama è stata presa nel settembre scorso dal Consiglio Comunale per sottolineare 'il suo impegno internazionale per aver diffuso il principio della riaffermazione dei diritti umani e della riappacificazione tra i popoli'.
Vai al video... |
 Poppi - 'Fiori di pace' luglio 2008 |
Semi di pace “israeliani e palestinesi in dialogo”
progetto della rivista Confronti
finanziato con l’otto per mille della Chiesa valdese
...clicca nell'immagine per arrivare al sito della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno
mercoledì 11 febbraio 2009 - ore 17 ASCOLTA...
'>Libreria Bibli
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| 27 GENNAIO: IL GIORNO DELLA MEMORIA |
Giornata della Memoria
In occasione dell’uscita del numero speciale della rivista Keshet in onore degli 80 anni di Amos Luzzatto, presidente emerito dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia è già direttore della rassegna mensile di Israel
Breve intervento di Amos Luzzatto estratto dall'incontro di lunedì 26 gennaio Aula IV – edificio di Lettere e Filosofia - Roma. 'Il contributo ebraico al dialogo nella società multiculturale'
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USA OGGI, USA DOMANI - CENTRO ECUMENE
Dal 5 all'8 dicembre si è svolto a Ecumene (Velletri, Roma) un campo studi sulla realtà politica e religiosa degli USA dopo l‘elezione alla Casa Bianca di Barack Obama. Sono intervenuti tra gli altri il filosofo Biagio De Giovanni, lo storico Daniele Fiorentino, il teologo Daniele Garrone, il giornalista e politologo Paolo Naso, lo studioso di geopolitica Eric Terzuolo. Importanti presenze anche dagli USA: gli interventi di Jim Winkler, responsabile dell'Ufficio “Chiesa e società” della Chiesa Metodista Unita, e di Doug Ottati, storico e teologo, docente al Davidson College del North Carolina. A introdurre i lavori il pastore Massimo Aquilante, presidente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (OPCEMI).
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 Catena per la Pace a Roma | CATENA PER LA PACE A ROMA 11/01/2009
Oltre un migliaio di persone hanno creato una catena umana da piazza San Marco a piazza di Porta Capena a Roma perchiedere la pace in Medio Oriente. I manifestanti si sono riuniti per sfilare in un corteo che ha costeggiato il ghetto ebraico e la sede della delegazione palestinese.
Confronti ha raccolto alcune riflessioni... Giulia Rodano, Ali Rashid, Tana De Zulueta, Giovanni Berlinguer, Paolo Cento, Pupa Garribba, Gisella Kohn
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| VIEDEO E RIFLESSIONI SUL MONDO DELLA SCUOLA |
A che servono classi «per stranieri»? di Simonetta Salacone
La protesta, e il dibattito che ne è seguito e che ancora coinvolge molte realtà culturali e politiche del paese, hanno poco di ideologico e molto di concreto. La mozione è stata collegata subito alla ampia serie di provvedimenti governativi che, a seguito di eventi anche drammatici avvenuti in alcuni territori del nostro paese, sono stati varati per collegare in maniera diretta l’emigrazione con i fenomeni della clandestinità, della marginalità, della sicurezza. leggi...
Simonetta Salacone è dirigente della scuola elementare Iqbal Masih, intitolata al bambino pakistano simbolo della lotta contro il lavoro infantile. Venduto dal padre ad un commerciante di tappeti, Iqbal lavorò in condizioni di schiavitù dall’età di sette anni. Lottò per i diritti dei bambini e per la liberazione dal lavoro schiavizzato. Intorno al suo impegno si animò una pressione internazionale che indusse il governo pakistano a chiudere decine di fabbriche di tappeti: furono liberati circa tremila bambini. Iqbal è stato ucciso nel 1995 all’età di 13 anni. Simonetta Salacone è anche stata per cinque anni la Presidente dell’IRSSAE (Istituto Regionale di Ricerca Sperimentazione e Aggiornamento Educativi) per il Lazio. È tra i fondatori della rete delle scuole del 14° e 15° distretto, Municipi VI e VII di Roma est, che comprende scuole dalle materne alle superiori. Abbiamo raccolto la sua opinione e quelle di altri esperti e docenti in occasione dell'incntro organizzato dalla nostra rivista presso il Liceo Mamiani di Roma.
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|  Francesco Tonucci - 'Frato' |
| IL DOSSIER: 'MAMMA LI ZINGARI' |
 Dossier Confronti | “MAMMA LI ZINGARI!!!”
Il dossier allegato al numero di ottobre di Confronti – rivista di politica, società, dialogo tra culture e religioni – è stato fortemente voluto: lo abbiamo ritenuto necessario in questo periodo di “strana euforia” securitaria, per andare oltre quanto si è detto e fatto in questi ultimi mesi. Un approfondimento conoscitivo – seppur non completamente esaustivo, ne siamo consapevoli – sulla popolazione romanì, realizzato con la collaborazione e il contributo del Servizio rifugiati e migranti (Srm) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei).
Puoi scaricare gratuitamente il dossier formato pdf nella sezione documenti che trovi a fondo pagina
|  Foto di Rocco Luigi Mangiavillano |
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 RADIO BECKWITH |
| 'Fiori di pace': ragazzi israeliani e palestinesi si incontreranno in Toscana a Poppi, per la quarta volta |
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'Fiori di pace': dieci ragazzi palestinesi e dieci ragazzi israeliani arriveranno in Italia a luglio per incontrarsi, conoscersi e svolgere delle attività insieme ad un gruppo di coetanei italiani. Il progetto a sostegno del dialogo per la pace e la convivenza nell'area mediorientale è giunto alla quarta edizione. È promosso dal mensile di dialogo interreligioso Confronti e finanziato con i fondi Otto per mille dell'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7o giorno (UICCA). | | |  'Fiori di pace' |
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|  INFINITO EDIZIONI |
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TORNIAMO ALLA COSTITUZIONE! |
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di Andrea Leccese
Prefazione di Giuseppe Giulietti, postfazione di Luciano Corradini |
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Con il patrocinio di Articolo 21 (logo), Associazione Articolo 53 – Salvatore Scoca – Meuccio Ruini – per attuare la Costituzione, Associazione Società Civile, DemosAgorà, Fondazione Don Lorenzo Milani, Persone Oneste. |
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 Otto per mille ai valdesi |
NEL 2008 CON I FONDI DELL’OTTO PER MILLE I VALDESI HANNO FINANZIATO OLTRE 200 PROGETTI IN ITALIA E ALL’ESTERO. DUE PER LA RICERCA SULLE CELLULE STAMINALI
Con il tuo otto per mille piantiamo semi di pace, giustizia e solidarietà; promuoviamo opportunità di lavoro, cultura e formazione. In Italia e all’estero.
Laicamente, perché la laicità garantisce i diritti di tutti.
Un diario di lavoro su sociale, cinema, libri e altro |  Associazione 31 ottobre per una scuola laica e pluralista |
| Descrizione | Documento | 27 OTTOBRE 2008 VII GIORNATA DEL DIALOGO CRISTIANO ISLAMICO | 
| Lettera per VII Giornata del dialogo cristiano islamico Il Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano | 
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| Descrizione | Documento | 'Mamma li zingari' Presentazioni a Milano | 
| 'Mamma li zingari' Presentazione a Roma, libreria Rinascita | 
| Rassegna stampa Redattore Sociale - DiRE | 
| Dossier 'Mamma li zingari' - @Confronti File Pdf Dossier | 
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| Descrizione | Documento | L'ALTRA FACCIA DEL MONDO - SANKARA Convegno nazionale sull'esperienza di Thomas Sankara | 
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| 'La voce nel deserto' alla Fiera del libro di Torino con Bunna, Vittorio Martinelli, Andrea Ayassot, Andrea e Daniele Ughetto, Daniele Bertone, Gian Mario Gillio. Foto: Giovanna Rostagno |
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Il tuo fiato, ancora involontario, Soffia di tanto in tanto sulle mie giornate, lontane da ogni luogo e lo respiro, mio malgrado, in un istante sospeso tra stacco ed atterraggio, tra il vero e il falso dei miei occhi, ormai cordiali e innervositi e i tuoi scampati, increduli, circostanti e grati, che cerco di afferrare nascondendo il tentativo, mentre srotolo un presente di altalene arrugginite, di scivoli al contrario e corde troppo lise per potercisi aggrappare.
Umberto Gillio | A very strong passion, photography, accompanied me along this path, and the intense desire to document allowed me to read and tell stories of men trying to catch their sensitivity, their expectations and dreams in an attempt to reflect the 'idea of the world that we built. I was born in Sicily in the early sixties. Since 1980, live, study and work in Rome, with a heart deeply tied to the South.
Rocco Luigi Mangiavillano
| I am a free-lance based in Rome where I was born in 1963. After a Psychology Degree (Rome University, June 1988) and a Photography Diploma (School of Visual and Performing Arts, City of Westminster College of London, July 1991), at the beginning of the nineties I started taking photograps for the editorial market. Nowadays I usually work on assignments and on my own projects for national and international newspapers and magazines, for Private and Public Companies, Religious, Artistic and Humanitarian Associations. From 2005 I teach Photography in the Media at Richmond University in Rome and from 2007 I give lectures of Photojournalism at Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata in Rome.
Andrea Sabbadini | 
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| Il cielo come destino - Regia di Vittorio Pavoncello
...per accedere al sito clicca sull'immagine
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